Da figlio tessile a padre nudidta (cap 2)
Scritto da: Skull |
Data: 10/07/2026
Tutto parte da un pranzo in mensa universitaria, a Pisa. Fine lezioni, tavoli lunghi, vassoi di plastica. Un ragazzo romagnolo, tra una forchettata di pasta e una di insalata, butta lì che dalle sue parti c’è una spiaggia “particolare”. Non fa nomi. Ad alcuni non serve. Bastano le risatine dei vicini per capire che ha già raccontato quella storia, i commenti a mezza bocca, i gomiti che si alzano. Qualcuno parla di “gente strana”, qualcun altro fa battute che non fanno ridere nessuno. Io sto zitto. Ma qualcosa si accende. Non è trasgressione. È la stessa curiosità che avevo nello spogliatoio di judo a otto anni: capire come ci si sente dall’altra parte del muro. Come ci si sente a togliere il costume non per sfida, ma perché sì.
Mentre penso a questo mi torna in mente un altro ricordo, stupido. Un pomeriggio al cinema con gli amici , avrò avuto dodici anni. Il commissario Lo Gatto. Lino Banfi. C’è una scena in una spiaggia nudista, lui che deve fare un sopralluogo, imbarazzatissimo, con la cartelletta in mano in mezzo a gente nuda che fa finta di niente. Mi aveva fatto ridere. E mi aveva incuriosito. Non per i corpi. Per la normalità. Nessuno urlava, nessuno correva. Stavano lì. Giocavano a carte, leggevano il giornale, nudi. E lui, vestito, era quello strano. Ero rimasto lì, a chiedermi come facessero a non vergognarsi. Da bambino cresciuto in una casa dove anche cambiarsi le calze era un affare privato, quella scena mi sembrava fantascienza.
Chiudo il secondo anno di Giurisprudenza e torno a casa. L’estate è un incastro tra codici e manuali sul tavolo della cucina, esami di Diritto Privato e Diritto Penale I da preparare per settembre, e turni da cameriere in un ristorante del centro tre sere a settimana. Studio di giorno, servo ai tavoli la sera. I fine settimana sono liberi. E diventano la mia ossessione. Voglio trovare quella spiaggia. Non so il nome, non so il paese. So solo “Romagna” e “particolare”. Inizio a chiedere in giro. Ai bagnini: “Conosce una spiaggia… diversa?”. Mi guardano storto, cambiano discorso. Ai baristi: “Da queste parti c’è un posto dove…”. Alzo le spalle, borbottano qualcosa, si girano a lavare bicchieri già puliti. Una signora al mercato, quando provo a spiegare, si fa il segno della croce e se ne va con la busta della spesa che sbatte sui fianchi. Per settimane è così. Informazioni sbagliate, indicazioni che portano a parcheggi, a scogliere, a stabilimenti pieni di pedalò. Qualcuno nega persino che posti del genere esistano in Italia. “Sarà all’estero”, tagliano corto. Torno a casa ogni domenica sera con la sabbia nelle scarpe ma senza risposte, e il lunedì mi rimetto sui codici con la sensazione di inseguire un fantasma. Un sabato di fine luglio, dopo l’ennesima indicazione fasulla che mi scarica davanti a una colonia chiusa da vent’anni, sto per mollare. Mentre ripiego la cartina dopo aver chiesto l'ennesima indicazione, un uomo sulla sessantina si avvicina. Ha visto la scena. “Lascia perdere. Quello non c’entra nulla con quello che cerchi tu”. E poi, con la stessa naturalezza con cui ti spiegherebbe dove comprare il latte, mi dà le indicazioni. Nomi di strade, un parcheggio sterrato, “il cartello di legno lo hanno tolto ma tu vai dritto”. Parla piano, senza imbarazzo, senza malizia. Come se mi stesse indicando la strada per la posta. Lo ringrazio. Lui fa spallucce: “Ormai è tardi oggi. Prova il prossimo week end. Vai presto”. Il venerdi successivo carico la moto, in modo da partire presto la mattina dopo. Alle sei del mattino, arrivo a Lido di Dante che il paese dorme ancora. Parcheggio dove mi ha detto l’uomo, o almeno credo. Davanti a me solo pini, una stradina di sabbia e nessun cartello. Il dubbio mi prende: sono nel posto giusto? Ho sbagliato tutto di nuovo? Entro nell’unico bar aperto. Bancone, odore di caffè, un uomo sulla cinquantina che sistema le paste. Ordino un caffè, mi faccio forza, provo a chiedere: “Scusi, sto cercando la spiaggia, quella…”. Non mi fa finire. Appoggia la tazzina, mi guarda dritto e dice: “Nudista?" "Sì”. Una parola sola, detta come si dice “freddo” o “treno”. Nessun giudizio, nessun sorriso strano. Poi prende un tovagliolo, disegna due righe con la penna: “Arrivi al mare, giri a destra. Cinque minuti a piedi verso sud. All’inizio trovi la parte tranquilla, famiglie e coppie. Se cammini ancora trovi quella più… movimentata. Vedi tu”. Mi allunga il tovagliolo. “Buona giornata. Spero tu possa trovare quello che cerchi”. Esco dal bar con quel pezzo di carta in mano. Davanti ho cinque minuti di camminata che chiudono un anno di pranzi in mensa, di week end buttati, di gente che si girava dall’altra parte. Il mare è lì in fondo, oltre la pineta. E per la prima volta non ho idea di cosa mi aspetta. Ma so che devo andare a vedere. Cinque minuti a piedi. Cinque minuti per capire se tutti quei sabati persi avevano un senso.
Cinque minuti per passare dal cercare una spiaggia al decidere se quella spiaggia serviva a me.
Ve lo racconto la prossima volta.
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