L’ecosistema dei social media si è trasformato in un immenso collettore di solitudini disfunzionali, dove ogni gruppo tematico o hobbistico funge da esca per una vasta schiera di individui socialmente emarginati e intellettualmente limitati. Questi personaggi, spesso definiti da una cronica incapacità di integrarsi nella società reale, colonizzano le community digitali non per un interesse genuino verso l’hobby trattato, ma per utilizzare lo spazio virtuale come un maldestro laboratorio di approccio interpersonale. Si tratta di figure "impresentabili" nella vita di tutti i giorni, le quali, protette dallo schermo, tentano di scavalcare le proprie barriere cognitive e relazionali sperando di convertire un’interazione digitale in un contatto fisico che, nel mondo esterno, verrebbe loro sistematicamente negato. Tuttavia, questo fenomeno di parassitismo sociale raggiunge la sua massima e più disgustosa potenza quando il tema del gruppo riguarda il naturismo o il nudismo. In questo contesto, la parola "nudità" agisce come un detonatore per gli impulsi più bassi e primordiali di soggetti mentalmente semplici o palesemente ebeti, che scambiano una filosofia di rispetto e libertà per un mercato della carne a basso costo. Le chat naturiste vengono così letteralmente invase da frotte di personaggi sfigati e privi di qualsiasi decoro, incapaci di produrre un pensiero civile ma pronti a saturare l’ambiente con la loro presenza molesta e i loro appetiti squallidi. Il vero dramma si compie quando questa deriva non resta confinata ai bit, ma si spinge a profanare le reali spiagge naturiste: qui, l’etica del luogo viene calpestata dalla presenza ignobile di chi non ha né la cultura né la dignità per abitare certi spazi. Questi intrusi, veri e propri "ritardati sociali" mossi solo da una bramosia schifosa, finiscono per sporcare con la loro sola vicinanza l’armonia e la purezza di contesti nati per tutt’altri fini, trasformando un paradiso di civiltà in un triste raduno di inadeguatezza umana.