Contro il logorio della vita moderna una volta c’era solo il liquore al sapore di carciofo. Oggi, che la tecnologia logora sempre più e che si può prendere a ideale la vita in un costosissimo monolocale di una zona di grido, si può provare a liberarsi dalle angosce quotidiane guardando agli stereotipi sessantottini dei figli dei fiori.
Nel film ci sono tutti, ritratti ironicamente e macchiettisticamente, come l’hare krishna di Verdone: l’amore libero, la cucina vegana, gli oppiacei, gli allucinogeni, le comunità sessual-agricole. Mancano i massaggi naturisti nelle colline dell'astigiano, ma tant'è.
La commediola scorre divertente, toccando qua e là il tema della felicità e fornendo misurate risposte al desiderio che tutti abbiamo: felicità non è inseguire gli ideali borghesi di soldi e successo, ma neanche rintanarsi in campagna a vivere con le pecore e a bere il vino pigiato coi piedi nudi.
Cosa c’entra il nudismo?
Poco. Sembra essere più un escamotage dei traduttori italiani, che hanno voluto inserirlo nel titolo (il titolo originale, wanderlust, suona come voglia di vagabondare) e intensificare nel trailer tutte le scene che riguardano il nudismo (che in pratica nel film sono riferite a un unico personaggio).
Segnalo solo che mi pare di cogliere complessivamente una certa accettazione del nudo nel sentire comune: in un film che credo sia giunto nelle sale senza censure di sorta, il nudo integrale, quasi esclusivamente maschile e comunque fuori da un contesto pruriginoso, viene mostrato senza creare più scandali.