mi scuso per il ritardo, avevo promesso di scriverlo in breve tempo ma tra impegni universitari, familiari, sportivi etc non sono mai riuscito a prendermi quelle due ore per fare un riassunto (moooolto stringato rispetto alla quantità di avvenimenti da raccontare) della mia esperienza africana... spero di non tediarvi
Come alcuni sanno, la scorsa estate, ho intrapreso un viaggio alla volta dell’Uganda al fine di portare a termine un mese di volontariato estero in un orfanotrofio nel villaggio di Buwaiswa, nel distretto di Kamuli nella zona sud dello stato africano.
Eviterò di raccontare la mia esperienza giorno per giorno per motivi di spazio più che altro, una cronaca quotidiana delle mie attività in africa richiederebbe fin troppe pagine di narrazione, riassumendo la mia esperienza e lasciandomi ad alcune considerazioni.
Il tutto venne organizzato da un’associazione di Milano che contattai in aprile per alcune informazioni preliminari e che, a seguito di un “infoday” nella loro sede lombarda dove presentarono tutti i loro progetti attivi nel mondo, mi aiutarono nell’organizzazione del mio viaggio verso l’ Uganda la cui partenza avvenne in data 29 giugno dall’ aeroporto di Milano Linate con un volo della British Airlines con scalo a Londra e arrivo ad Entebbe la mattina seguente.
Il Villaggio di Buaiswa si raggiunge da Jinja tramite “matatu” (mezzo di trasporto pubblico locale, un furgone solitamente molto affollato) fino al mercato di Butaabhaala dal quale si dovevano percorrere circa quattro chilometri a piedi in mezzo alle coltivazioni di mai e canna da zucchero per arrivare all’orfanotrofio.
Buwaiswa è un centro abitato le cui case si disperdono nel mezzo della foresta equatoriale coprendo una vasta estensione sebbene con pochi abitanti; l’orfanotrofio (all’interno del cui comprensorio si conta una scuola, un dormitorio diviso tra maschile e femminile, una “guest house” e delle lattrine) è stato costruito negli anni dai volontari e dall’operato delle varie associazioni internazionali, da poco un progetto istituito con l’università di Los Angeles (USA) ha portato due pannelli fotovoltaici sul tetto dei dormitori in modo da avere almeno la corrente elettrica per illuminare le stanze durante la notte tramite un sistema di illuminazione a basso consumo.
Le condizioni igieniche sanitarie in cui vivono i bambini dell’orfanotrofio sono inimmaginabili se paragonate alla comodità delle nostre case:
-non vi è acqua corrente, ma bisogna andare ad estrarla ad un chilometro di distanza tramite una vecchia ed arrugginita pompa in delle taniche, per berla bisogna ovviamente prima farla bollire al fine di evitare malattie e infezioni
-i bagni sono delle semplici latrine abitate da mosche e insetti di ogni tipo
-ratti, rospi, gechi e insetti più o meno pericolosi sono presenti all’interno degli edifici (dormitori e “guest house” in particolare
-la corrente elettrica è presente solo da pochi mesi e comunque è destinata alla sola illuminazione notturna
-gli abiti dei bambini sono logori e sporchi, il sapone è un bene molto prezioso e purtroppo fin troppo costoso per gli abitanti del villaggio.
-la dieta locale prevede dei pasti a base di riso bollito, matoke (una sorta di purè di banane), patate americane, verze e cavoli
Il mio operato nel villaggio di Buaiswa consistette nell’edificazione di due bagni e una doccia per i bambini dell’orfanotrofio. I lavori venivano eseguiti dal lunedi al venerdi in quanto il fine settimana veniva trascorso in una famiglia locale che mi ospitava nella città di Jinja .
Il tempo non occupato nella costruzione dei servizi, veniva impiegato in attività di insegnamento e ludiche con i bambini dell’orfanotrofio nelle loro pause pranzo o al loro ritorno dai campi dopo la scuola.
La situazione delle famiglie del villaggio non è migliore; la famiglia tipo ugandese è costituita dai nonni e dai cinque agli otto nipoti da accudire. La generazione di mezzo è stata decimata dalla piaga dell’ HIV-AIDS.
L’ ottanta percento dei bambini del villaggio sotto i dodici anni è sieropositiva e con un’aspettativa di vita molto breve.
In tutto ciò si deve fare i conti con una mentalità locale disarmante il più delle volte: la superficialità e il tradizionalismo con cui vengono affrontati i problemi del quotidiano genera situazioni che hanno dell’incredibile se visti con gli occhi di un’occidentale. Per fare un esempio cito Esther, una bambina il cui piede destro soffriva da qualche tempo di una brutta infezione nata da un taglio non disinfettato e curato fino a quel momento con impacchi eseguiti con delle foglie di banano; proposi di darle un paio di pastiglie anti-infiammatorie, una soluzione che avrebbe permesso alla pargola di guarire velocemente, ma l’aiuto venne negato in quanto è tradizione del villaggio cercare di guarire quel genere di infezioni tramite applicazioni di banano. Io partii dopo un mese e il piede di Esther non era ancora guarito.
Questo è solamente un esempio ma potrei citarne molti altri come la sera in cui gli orfani non cenarono perché il responsabile si dimenticò di comprare loro il riso al mercato e arrivò con quattro ore di ritardo al villaggio, oppure l’ospedale centrale di Jinja che non era provvisto di ghiaccio da applicare su uno zigomo gonfio a seguito di un aggressione subita da un volontario australiano.
Tirando le somme, è stata un’esperienza incredibile nonostante le molte difficoltà che ho affrontato, la differenza tra il nostro mondo e il loro, il vivere senza nulla in un luogo dove si usa solamente ciò che la natura dona; non è sicuramente stato un mese facile ma è un viaggio che consiglio a molti.
L’ Africa è una realtà completamente diversa da quella occidentale, i rischi di un viaggio così sono moltissimi, dagli animali alle malattie; ma il morbo che coglie quasi tutti coloro i quali fanno un’esperienza del genere (me compreso) si chiama “mal d’Africa” e non c’è modo di guarire…
Enrico