Il primo articolo del servizio.
L'estate si veste di nudo
di VITTORIO FELTRI
Un interrogativo divide le spiagge italiane: favorevoli o contrari?
Ma a che cosa? All'andarsene in giro con "tutto al vento".
C'è chi dice: anche l'antropologia giustifica l'abbandono degli slip.
Altri ribattono: a parte la decenza, vestirsi è una conquista della civiltà.
E quando nel dibattito entrano carabinieri e magistrati succede che...
Anche qui si passa da un eccesso all'altro: dall'adorazione al disprezzo. C'è gente che trascorre tre ore al giorno davanti allo specchio per accertarsi che il vestito sia perfetto, adatto alla circostanza; che sceglie con cura esasperata gli accessori, studia con scrupolo d'alchimista l'armonia dei colori; e c'è gente che il vestito lo butta via, non lo sopporta, lo considera non soltanto una inutile sovrastruttura, ma addirittura la causa dell'infelicità, dei tabù, delle timidezze, delle nevrosi. La conflittualità fra le due "categorie" è permanente, ma d'estate cresce con la temperatura e, di solito, verso luglio, scoppia la guerra. L'argomento del giorno è il nudo: sei favorevole o contrario? Il paese si spacca. Se in politica le opinioni si "accasano" in una decina di partiti e in una ventina di correnti e sottocorrenti, sulla nudità non ci sono vie di mezzo. Siamo al trionfo del bipolarismo. Strano che i radicali non abbiano pensato a un referendum: almeno due milioni di firme sarebbero garantite, quanti sono gli italiani che praticano il nudismo. Più altri cinque o sei milioni che, pur non essendo attivisti, aspettano il via ufficiale per sbarazzarsi delle mutande. La regola del gregge vale per tutte le mode. Sulle spiagge, l'affermazione del diritto a spogliarsi è strisciante; ogni tanto una ragazza "dimentica" un pezzo del bikini in cabina ed è subito fermento: fra l'indignazione di molti, scatta l'imitazione di alcune e, dopo un po', i seni nudi sono tutt'altro che rarità. Sotto gli ombrelloni si smette di parlare di Afghanistan, di inflazione e di Rummenigge; abbandonati giornali e libri sulle ginocchia, i bagnanti si buttano nella disputa sulla liceità e sulla reità del nudo. Le discussioni sono appassionate, ognuno ha argomenti da vendere. I "tessili", coloro cioè che sono dalla parte del vestito, pur ammettendo che l'evoluzione del costume porterà prima o poi all'abolizione dei costumi, sostengono che la maggior parte delle persone nude quando non fanno schifo fanno ridere.
Rispondono i filonudisti: è chiaro, fintanto che gli svestiti saranno eccezioni avranno addosso gli occhi di tutti, ma il giorno in cui da Rimini a Gatteo Mare i bagnanti fossero al naturale, ecco che belli e brutti, grassi e magri, giovani e vecchi non sarebbero più soggetti alla curiosità e alla critica se non quanto lo sarebbero col cappotto. Discussioni da spiaggia. Ma accanto alle solite chiacchiere ispirate dal senso comune, si sviluppano conversazioni dotte o che hanno la pretesa di esserlo. Si tira in ballo perfino l'antropologia. I naturisti, che oltre ad aborrire i vestiti, rifiutano tutto ciò che considerano contrario alla vita sana, attaccano gli avversari "tessili" sul concetto stesso di civiltà: pantaloni, cravatte e scarpe non solo hanno ridotto l'uomo come un manichino, ma compromettono la sua salute. Il corpo deve respirare, deve trarre dalla natura -sole, acqua, vento- elementi vitali e di difesa. Anche certe parti cosiddette delicate, sono tali proprio perché le teniamo sotto naftalina. Continuando a demoralizzare il sesso abbiamo reso gustosissima l'alleanza del demonio; ossia la gente si copre per valorizzare quello che c'e sotto; un paio di calze può essere un irresistibile ammiccamento; il bikini non serve a bloccare gli sguardi ma a sollecitarli; insomma, attira di più un paio di mutandine che un gluteo, e le donne si vestono in pubblico per essere spogliate avidamente in privato. Inoltre gli abiti sono l'espressione più evidente del censo, delle disparità sociali. La cravatta è come lo slip, classista. Ci rende aggressivi. Se tutti andassero in giro con la pelle al vento, non ci sarebbero più ne stupri né rapine. Anche perché ci sarebbe poco da rapinare. Prendiamo l'orologio da polso: se lo togli, non solo elimini uno status symbol, ma non te ne frega più niente degli appuntamenti, sparisce un motivo d'ansia e stai meglio.
Almeno in vacanza, si dovrebbe capire che un ritorno alla natura è indispensabile. Ecco perché i naturisti si battono per estendere i confini del nudismo dai ghetti recintati a tutto il territorio nazionale. Milano compresa. In fondo l'uomo nasce nudo e solo nudo può essere se stesso.
D'accordo - osservano gli altri - nasce nudo ma anche senza barba e spesso senza capelli. Gli animali, metti i gatti, hanno la pelliccia e possono infischiarsene del pigiama. Anche noi, se fossimo come le scimmie, con un bel completo di peli dalla testa ai piedi, come forse era alle origini, non avremmo difficoltà; ma adesso è più contronatura nudi che vestiti. Anche al mare. Perché è assurdo che uno per undici mesi all'anno debba coprirsi per mille ragioni - non ultima il freddo - e poi una volta in ferie si metta a fare l'uomo delle caverne.
Decisamente un fisico primitivo, che possa rinunciare all'abito, non si concilia con una società civile e organizzata. Anche una parata militare sarebbe impoverita. Senza contare che non sarebbe possibile distinguere una sfilata di bersaglieri da una di vigili urbani. E per non parlare delle partite di calcio che forse verrebbero abolite per mancanza di maglie.
Contro nudismo e naturismo, c'è chi, ovviamente, porta argomenti più profondi. Addirittura la Bibbia. E' vero che all'Inizio l'uomo e la donna erano senza niente addosso ("Ed entrambi continuarono a essere nudi, l'uomo e sua moglie, eppure non si vergognavano": Genesi, 2-25) ma per poco. Dopo il peccato "cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture per coprirsi i lombi" (Genesi, 3-7), e si nascosero tra le foglie. Più tardi fu Dio stesso a fare "lunghe vesti di pelle per Adamo e sua moglie, e li vestiva" (3-21). Ovvero, secondo i sacri testi, e la fonte è autorevole per credenti e non, l'uomo è nato nudo per restare nudo (come pure affermano i naturisti) ma in seguito è successo qualcosa che ha complicato tutto: il peccato e la condanna a indossare gonna e pantaloni. Salvo rare eccezioni, nessuno si sarebbe più spogliato senza vergogna o senza quel senso di colpa che viene dopo la disubbidienza. Bigottismo, abitudini secolari, incapacità di interpretare correttamente la Bibbia? Tutto e possibile. E non è escluso che per scoprire la verità sia giusto cominciare a scoprire il sedere.
Vittorio Feltri