Mi sa che, in merito al secondo articolo, non avete catturato il succo del discorso di Valerio e, soprattutto, non avete letto le risposte ai commenti date da Nico, in particolare ce n'è una in cui chiarisce che non esistono obblighi di nessun genere, chiunque può fare quello che vuole e ritenersi quello che crede. Valerio contesta, correttamente, l'uso improprio che le associazioni fanno del termine "Naturismo", contesta, giustamente, la limitazione contestuale imposta dall'INF con la definizione di Adge, contesta, appropriatamente, la vergogna all'uso della parola nudismo, contesta, coerentemente, l'appropriazione indebita del termine per farne un esclusivo viatico per lo sviluppo di commercio del nudismo, per giunta occasionale, spacciato per naturismo; non contesta, invece, quello che i singoli fanno, pensano, credono.
Verò è che i tempi cambiano, ma esiste una cultura della parola che chi fa comunicazione o anche solo di comunicazione deve agire (Federazioni e Associazioni in primis) non può ignorare e stravolgere, come ho più attentamente spiegato in questo mio articolo.ì:
http://ezine.inudisti.it/articolo.aspx?idezine=61. Se vogliamo rifiutare la cultura della parola, se vogliamo nascondere le nostre insicurezze dietro la facile scusante del non etichettare, se vogliamo sentirci a tutti i costi un qualcosa (andondoci così, contradditoriamente, ad etichettarci), allora dobbiamo rigettare il significato di qualsiasi parola, non solo di nudismo e natursimo, ma allora non esiste più un vocabolario, non esiste più una sintassi, non esiste più, allargando il concetto, nemmeno una grammatica, insomma sarebbe il caos comunicativo. Eh, si non ci si scappa, volenti o nolenti ci dobbiamo etichettare, dobbiamo etichettare, è necessario alla chiarezza comunicativa, l'importante è non prenderlo come un metro di valutazione, come uno schierarsi delle parti, come un dire io sono meglio e tu sei peggio; ed è questo che spesso ancora accade e che, in alcuni passaggi, anche il discorso di Valerio finisce col fare.
Infatti anch'io non mi ritrovo in alcune cose dette da Valerio, come si può evincere da quanto ho proprio ieri scritto nel gruppo FB dell'ANITA a proposito di un messaggio sullle definizioni di nudismo e naturismo: "Troppo complicate e, specie quella sul nudismo, limitative, preferisco le mie, più semplici e consone alla società odierna che sempre più (giustamente) rifugge dagli schemi rigidi e dalle imposizioni di visione: nudismo, movimento sociale che ha per obiettivo, in ragione di un'esigenza fisica (liberazione dalla costrizione delle vesti) e a seguito del superamento dei tabù indotti da secoli di cultura gymnofobica, il vivere nudi; naturismo, movimento sociale che ha per obiettivo la vita sana e naturale e usa il nudismo come strumento per facilitare l'avvicinamento al suo obiettivo.". Pensiero, il mio, che avevo a suo tempo espresso scientemente nell'articolo
http://ezine.inudisti.it/articolo.aspx?idezine=69.
Questo, però, non vuol dire che si debba rifiutare il tutto e soprattutto il senso del discorso di Valerio, altrimenti facciamo come i nostri politici che per colpa delle virgole stanno pian piano distruggendo l'Italia.
Vorrei però mettere in evidenza anche l'importante discorso fatto nel primo articolo e con il quale mi ritrovo in piena sintonia: il nudo è sempre buona cosa per il nudismo, poco importa come e per cosa sia fatto, l'importante è che sia nudo e non "finto nudo" ovvero il nudo appositamente ed evidentemente mascherato ricorrendo a palesi trucchetti vari (su questa seconda parte mi discosto un pochetto da Valerio, quando i mascheramenti non sono esteticamente sgradevoli li ritengo comunque ininfluenti sulla positività del messaggio nudista). Personalmente ritengo utili anche i messaggi pubblicitari, specie quando il nudo è usato in modo semplice e naturale, anche se non si vede collegamento tra prodotto reclamizzato e nudo e ci si potrebbe chiedere a che pro metterci il nudo (ma è proprio questo che il pubblicista fa e deve fare: indurre le persone a chiedersi perchè di certe scelte, la domanta si reitera nel cervello e porta con se l'immagine del prodotto). Più nudo pubblico si vede, più il nudo perde la sua aurea di privatezza e sessualità, con tutti gli indubbi positivi riflessi sulla diffusione del nudismo (parlo di diffuzsione e non di accettazione in quanto quest'ultima la ritengo già fatto acquisito visto che i sondaggi danno anche in Italia una maggioranza assolutamente non contraria).