Basta la parola “nudità” per far scattare, in molti di noi, un’associazione con l’imbarazzo o il peccato o comunque l'associazione con qualcosa che ha a che fare col sesso e non serve essere religiosi. Quando entra in gioco la religione qualunque essa sia il giudizio sembra quasi scontato. Eppure, leggendo ad esempio la Bibbia, che è il testo più vicino a noi, si incontrano immagini che invitano a fermarsi un momento prima di condannare. Questa estate ho letto un libro di Paul Bowman, autore del saggio "Nakedness in the Bible" , 2001, dove racconta che i suoi dubbi nacquero durante una visita alle sorgenti termali negli USA. Partendo da quell'esperienza intuì e verificò alcune situazioni. Il punto di partenza della sua ricerca è un versetto familiare: Adamo ed Eva erano nudi, l’uomo e la donna non provavano vergogna (Genesi 2,25). Il racconto presenta dunque una condizione in cui il corpo scoperto convive con la fiducia e l’armonia. La nudità appartiene già alla vita nel giardino dell'Eden. La vergogna compare dopo la trasgressione: Adamo ed Eva si coprono e si nascondono. Bowman legge questo cambiamento soprattutto come il segno di una relazione spezzata con Dio. È un’interpretazione che sposta l’attenzione sulla paura e sulla fiducia perduta, l'essere scoperti diventa un'azione da nascondere come se il corpo fosse un mezzo troppo esposto per poi difendersi mentendo. Posto l'aspetto anche simbolico del racconto, quanto del corpo viene messo in gioco nell'ambito della nostra condotta? C’è poi un episodio meno conosciuto che viene descritto. Nel libro di Isaia, il profeta va nudo e scalzo per ordine divino; il testo parla di tre anni. Assomiglia vagamente a certi monaci hindu che giravano nudi ricoperti di cenere. Quel gesto fa diventare il corpo strumento di profezia, mostrandosi il corpo parla del futuro del popolo di Israele, è una condizione di umiliazione e vulnerabilità mostrata a tutti. E nel Nuovo Testamento? È uno spunto prezioso per riflettere sulle intenzioni con cui ci avviciniamo alle persone. Una delle scene più sorprendenti riguarda Pietro. Dopo la risurrezione, Gesù appare sulla riva del lago mentre alcuni discepoli stanno pescando. Appena lo riconosce, Pietro si stringe la veste attorno ai fianchi, perché era «svestito», e si getta in acqua per raggiungerlo (Giovanni 21,7). Storicamente i pescatori in certe situazioni erano nudi perché i vestiti avrebbero potuto impigliarsi alle reti e attrezzi, strappandoli e creando situazioni pericolose, i vestiti poi erano cari. Nel Vangelo di Marco troviamo invece un giovane che segue Gesù durante il suo arresto, coperto soltanto da un lenzuolo. Quando cercano di afferrarlo, abbandona il tessuto e fugge nudo (Marco 14,51-52). La scena trasmette paura, fretta e vulnerabilità. Il narratore registra quel corpo esposto senza una colpa propria. Nella Passione, spogliare della tunica significa invece che l'altro ha dominio su di te, l'estrema vulnerabilità e la dignità di chi resta nudo. Questo succedeva con ogni condannato è logico e normalmente erano parecchi, ai romani serviva per tenere a bada e gestire i territori sottomessi. Poi ci sono persone nude perché semplicemente povere. Infine Paolo esprime che ogni parte del corpo merita gloria perché fanno tutte parte dell'organismo. Si ritorna quindi ad Adamo ed Eva e alla condizione di guardare e vivere un corpo così com'è. Per chi pratica il naturismo, questa lettura offre un terreno di riflessione: stare senza vestiti può essere un’esperienza semplice. Il rispetto degli altri, la libertà di partecipare e l’attenzione al contesto ne definiscono quindi il valore umano e che la dignità di una persona resta integra anche quando non ha più vestiti.