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Sotto la luna, senza short e la notte ha risposto.

di Renaked
07/01/2026 16:13:35

La cena era finita da poco. Io e Luca avevamo mangiato nudi, come ci succede spesso nello chalet, con quella semplicità che arriva solo quando il corpo smette di essere un tema e diventa semplicemente presenza. Il legno delle pareti conservava ancora il calore del giorno, e la finestra aperta lasciava entrare l’aria fresca di montagna, profumata di resina e silenzio. Raccolgo i piatti, li appoggio nel lavello. Poi vedo il sacco della spazzatura, lì, pronto. Istintivamente penso agli short: sono sempre lì, sulla sedia. È il gesto automatico, quello che non si mette mai in discussione. E invece no. Guardo fuori. La luna è alta, piena, chiara come una promessa. Il vialetto che porta al contenitore è breve, poche decine di metri. Sono quasi le undici, a quest’ora qui sopra non gira nessuno. Sorrido, sento quel brivido sottile che nasce quando decidi di uscire dal consueto. Prendo il sacco. Nient’altro. La porta si apre senza rumore. Il chiarore lunare mi avvolge subito, disegna il corpo senza giudicarlo, lo rende parte del paesaggio. La pelle sente l’aria fresca, viva, sincera. Cammino lentamente, sentendo sotto i piedi la ghiaia, il ritmo naturale dei passi. Non c’è esibizione, solo libertà. È come se il corpo, nudo, fosse finalmente al posto giusto. Getto la spazzatura. Mi volto per tornare indietro. Ed è allora che lo vedo. Un uomo sta arrivando dal sentiero laterale. Per un attimo il pensiero corre veloce: e adesso? Immagino la sorpresa, forse l’imbarazzo, forse altro. Ma il passo non cambia. Decido di non cambiare nulla. Appena siamo vicini lo saluto pure e poi proseguo. Dentro, però, lo ammetto: c’è quella curiosità infantile, quel misto tra la sensazione di essere stato scoperto con le mani nella marmellata e l’eccitazione dolce dell’imprevisto. Non paura. Attesa. Quando siamo a pochi metri, è lui a parlare per primo. Indossa pantaloni da tuta, è a torso nudo. Mi guarda, sorride, senza alcuna ombra di giudizio. «È davvero calda questa estate, anche a quest’ora.» Rido piano. «Già. E da naturista non posso che vestirmi così.» Ride anche lui. Una risata semplice, che scioglie tutto. Ci fermiamo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poco più in là c’è una panchina. Ci sediamo. La luna ci tiene compagnia, discreta. «Sai,» dice dopo un momento, «in effetti non hai fatto una scelta sbagliata. Sarei curioso… e non lo nascondo, anche un po’ eccitato dall’idea di spogliarmi anch’io. Non ho mai provato il nudismo all’aria aperta. Però tra la penombra, l’ora tarda, il fatto che qui sembri non esserci nessuno… e la tua presenza così tranquilla, così libera… mi sento rassicurato.» Lo guardo e sorrido. «Dai, prova.» Esita un istante, poi si sfila i pantaloni. Subito dopo i boxer, con una leggera difficoltà, accompagnata da un sorriso imbarazzato: il corpo, tradendo l’emozione del momento, aveva reagito prima della sua volontà. «Ecco,» dice ridendo, «lo sapevo che avrei fatto una figura da coglione.» Scuoto la testa. «Ma figurati. È una reazione normalissima. È una situazione naturale, sì, ma la prima volta può accendere sensazioni forti. Un po’ come quando fai qualcosa che sembra proibito, anche se non lo è.» Si rilassa. Respira. La tensione si scioglie. Resta lì, nudo sotto la luna, e nel suo sguardo vedo qualcosa cambiare: non eccitazione soltanto, ma stupore. Come se avesse appena scoperto una parte dimenticata di sé. Quella sera non succede altro. Eppure succede tutto. Da quella notte nasce un’amicizia fatta di incontri, di passeggiate notturne, di silenzi condivisi e corpi liberi. Jean — così mi dice di chiamarsi — ha scoperto la meravigliosa libertà del naturismo. E io ho capito, ancora una volta, che a volte basta il coraggio di non indossare gli short per aprire una porta che non sapevi nemmeno di voler attraversare.

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