Ho sempre avuto una passione per i castelli di sabbia. Lo so, detta così sembra una di quelle confessioni che si fanno sottovoce, quando si è ormai raggiunta un’età nella quale sarebbe più consono dichiarare una passione per il Barolo, le auto d’epoca o, al limite, il padel. E invece no. Io faccio castelli di sabbia. E non quei quattro secchielli rovesciati con la bandierina in cima che un bambino di cinque anni guarda con indulgenza. Quando comincio a scavare, compattare, incidere, costruire torri, archi, scalinate e mura, la faccenda diventa seria. A volte parto senza sapere dove arriverò e lascio che sia la sabbia a suggerirmelo. Altre volte mi metto in testa di riprodurre qualcosa che esiste davvero. Così, negli anni, sulla battigia sono comparsi il tempio di Apollo, Notre-Dame, Petra e altre architetture alle quali ho concesso il privilegio di durare molto meno degli originali. Perché questa, in fondo, è la cosa meravigliosa dei castelli di sabbia: richiedono ore per essere costruiti e pochi minuti per cominciare a scomparire. Una perfetta metafora della vita. O di certe riunioni aziendali. Ma c’è una condizione nella quale costruire mi piace ancora di più: quando posso farlo su una spiaggia nudista. Lì divento davvero il Re nudo del mio castello. Niente costume, niente tasche, niente elastici, niente tessuto bagnato che raccoglie sabbia in quantità sufficiente a cementare un piccolo condominio. Posso sedermi, sdraiarmi, inginocchiarmi, scavare con mani, piedi, avambracci e qualsiasi altra parte del corpo abbia deciso di collaborare al progetto. Posso insabbiarmi ovunque come un’acciuga pronta da friggere e, alla fine, entrare semplicemente in mare. Un tuffo e torno nuovo. Più o meno. La cosa buffa è che costruire nudo mi dà davvero una sensazione diversa. Non perché la nudità migliori le mie capacità statiche — Vitruvio, almeno su questo, non ha lasciato indicazioni — ma perché elimina un confine. Il corpo entra nel lavoro quanto le mani. Senti la sabbia sulle gambe, sulle cosce, sulla pancia; il sole sulla schiena e ogni tanto quell’acqua che arriva un po’ più lontano del previsto e ti sfiora. Perché il castello va costruito border line. È una regola. Troppo lontano dal mare e la sabbia è asciutta, indisciplinata, poco collaborativa. Troppo vicino e basta un’onda più ambiziosa delle altre per trasformare Notre-Dame nell’Atlantide. Bisogna trovare il margine esatto. Quella terra di nessuno nella quale l’acqua arriva, guarda, minaccia e poi si ritira. E tu sei lì, nudo, accovacciato davanti alla tua costruzione, mentre un’onda particolarmente lunga avanza sulla battigia e ti lambisce appena. Per un istante non sai se stia per accarezzare te o demolire il transetto. Ammetto che, in quei momenti, la mia priorità resta il transetto. Anche la sabbia, poi, ha il suo carattere. Chi pensa che una spiaggia valga l’altra evidentemente non ha mai provato a costruirci qualcosa. Quella della Lecciona, per esempio, ha una personalità diversa da certe sabbie del Salento. Cambiano la grana, la compattezza, la capacità di trattenere l’acqua. Alcune si lasciano modellare quasi docilmente, accettano incisioni, pareti nette, dettagli minuti. Altre sembrano avere sviluppato un personale antagonismo nei confronti dell’architettura: tu alzi una torre e loro decidono autonomamente che sarebbe più interessante una duna. È un dialogo. A volte anche un litigio. Di solito, mentre costruisco, prima o poi compare qualcuno dei miei quattro evangelisti della filosofia nudista. Giovanni è quello contemplativo. Arriva, osserva in silenzio per qualche minuto e poi pronuncia una frase tipo: «Ma come fai?» Che è una domanda meravigliosa perché non richiede risposta. Matteo invece segue l’avanzamento dei lavori con l’atteggiamento del direttore tecnico che non ha alcuna intenzione di sporcarsi le mani. Passeggia nudo attorno al cantiere, valuta prospettive, annuisce, suggerisce modifiche strutturali che naturalmente dovrei realizzare io. Ogni tanto si avvicina troppo. «Attento alla torre.» Non a me. Alla torre. Ci sono delle priorità anche nel nudismo. E intanto il castello cresce. Io divento progressivamente dello stesso colore della spiaggia, con la sabbia appiccicata addosso dal sudore e dall’acqua, completamente assorto in quella cosa serissima e perfettamente inutile che è creare qualcosa sapendo che scomparirà. Forse è proprio questo che mi piace. Un castello di sabbia non serve a niente. Non produce reddito. Non aumenta il valore immobiliare della spiaggia. Non ha bisogno di permesso di costruire, certificazione energetica e, almeno finché non interviene qualche zelante legislatore, nemmeno di accatastamento. Esiste soltanto perché qualcuno ha avuto voglia di farlo. E farlo nudo rende tutto ancora più essenziale. Un uomo, la sabbia, l’acqua e un’idea. Più due evangelisti che commentano senza aiutare. Poi arriva il tramonto. È il momento che amo forse più della costruzione stessa. Le persone se ne vanno, la spiaggia si svuota e il sole scende cambiando completamente i volumi. Le torri proiettano ombre lunghissime, le incisioni diventano più profonde, ogni imperfezione acquista carattere. E il mare, intanto, comincia il suo lavoro. Una torre cede. Un muro si apre. Una scalinata che avevo impiegato mezz’ora a modellare diventa una forma indistinta. È allora che prendo la macchina fotografica. Non fotografo soltanto il castello finito. Fotografo soprattutto le sue rovine. Hanno un fascino meraviglioso. Sembrano resti archeologici di una civiltà esistita per un pomeriggio. Guardandoli attraverso l’obiettivo, con la luce del tramonto radente, Petra potrebbe avere duemila anni oppure quattro ore. Notre-Dame sembra sopravvissuta a qualche misteriosa catastrofe. Il tempio di Apollo torna lentamente a essere ciò che era prima che arrivassi: sabbia. Non provo dispiacere. Il bello è proprio lì. Domani qualcuno passerà sopra quelle rovine senza sapere cosa fossero. Il vento cancellerà le ultime tracce. Il mare farà il resto. E io potrò ricominciare. Magari da un altro castello, su un’altra spiaggia, con un’altra sabbia. Sempre rigorosamente senza abito da lavoro. Perché alla fine ho capito che il mio regno ideale dura soltanto qualche ora, non possiede confini e viene regolarmente distrutto dal mare. Ma almeno il Re è davvero nudo.