Il Diavolo si specchia nudo.
Scritto da: Renaked |
Data: 26/08/2026
A 2.650 metri il pudore è un accessorio inutile.
Dopo quasi due ore di cammino, il bivacco comparve dietro l’ultima gobba di pietra come una promessa: piccolo, essenziale, piantato in mezzo a un paesaggio che sembrava aver dimenticato gli esseri umani. Poco più sotto c’era il lago.
Uno specchio scuro incastonato fra rocce e prati d’alta quota, con davanti una cima appuntita che, avvicinandosi il tramonto, proiettava sull’acqua una forma curiosa. Curiosa all’inizio. Inquietante qualche minuto dopo.
«Sembra una faccia» disse Marco.
Naturalmente ci voltammo tutti a guardare. La montagna riflessa nel lago disegnava due cavità all’altezza degli occhi, una specie di fronte, qualcosa che poteva sembrare un naso e due punte ai lati.
«Un diavolo» concluse Luca.
Ecco. Bastava non dirlo.
Perché da quel momento nessuno vide più una montagna. Vedemmo tutti il Diavolo.
Ma il sole era ancora alto, l’aria incredibilmente mite e noi eravamo arrivati fin lassù con uno scopo molto più semplice: goderci qualche ora di libertà assoluta. Ci spogliammo.
A quell’altitudine il sole ha un modo particolare di accarezzare la pelle. Non sembra scaldarti da fuori: sembra arrivarti addosso senza intermediari. Nessun albero, nessun tetto, nessuna ombra. E, nel nostro caso, nessun costume.
I quattro evangelisti della filosofia nudista ed io ci sistemammo sulle pietre piatte della riva. Cinque corpi nudi davanti a una montagna enorme.
È uno di quei momenti in cui comprendi quanto l’essere umano si prenda terribilmente sul serio. Vestito occupa uffici, guida automobili, firma contratti, discute di politica e si attribuisce incarichi altisonanti. Nudo davanti a tremila metri di roccia torna immediatamente alla corretta posizione nella gerarchia dell’universo: piccolo. E possibilmente con la crema solare.
Il lago, naturalmente, era irresistibile.
Fui il primo a entrare. Non per coraggio, ma perché quando sei quello che propone certe idee devi avere almeno la decenza di rischiare l’ipotermia prima degli altri.
Misi un piede nell’acqua. Poi l’altro. Il mio cervello impiegò circa mezzo secondo per elaborare un concetto scientificamente ineccepibile: quella non era acqua fredda. Era ghiaccio che, per qualche inspiegabile cavillo della fisica, aveva dimenticato di diventare solido.
Mi immersi comunque, urlai qualcosa che preferisco non tramandare ai posteri e cominciai a muovermi velocemente. Gli altri ridevano. Poi entrarono anche loro e smisero di ridere.
Durammo pochissimo. Qualche bracciata, movimenti rapidi e scoordinati e poi tutti fuori, riconsegnati alla terraferma con sembianze che, almeno per noi uomini, rendevano improvvisamente molto teorico il concetto di virilità.
Ci avvolgemmo nei teli e il sole fece il resto. Poco dopo eravamo nuovamente asciutti, nudi sulle pietre, mentre il pomeriggio scivolava lentamente verso sera.
Fu allora che il Diavolo apparve davvero.
Non sulla montagna. Nel lago.
Con il sole ormai basso, il riflesso della cima si era fatto completamente nero. Gli occhi sembravano più profondi, le due punte più nette. E la cosa strana era che, mentre l’acqua tremava leggermente per il vento, quella faccia sembrava muoversi.
«Io stanotte le tende non le monto» disse Marco.
«Infatti c’è il bivacco.»
«Appunto.»
Rise. Noi con lui. Ma nessuno stava più guardando il lago.
Cenammo nel bivacco con quella fame che in montagna trasforma pane, salame, formaggio e una frittata preparata a casa in un banchetto. Stappammo anche la bottiglia di vino che avevamo maledetto per due ore durante la salita e che, una volta arrivati lassù, acquistò improvvisamente tutto il suo senso. Fuori, intanto, era diventato buio.
Non il buio delle città. Il buio vero. Quello che non ha lampioni dietro l’angolo, finestre accese in lontananza o fari di automobili. Quando chiudemmo la porta, il mondo finì.
Rimanemmo noi cinque, qualche torcia, i sacchi a pelo e il rumore del vento. Ci spogliammo per dormire. Dormire nudi nel sacco a pelo per me ha qualcosa di meravigliosamente coerente: se hai portato il tuo corpo fin lassù per sentirlo libero, sarebbe curioso incarcerarlo proprio per andare a dormire.
Spensi la luce.
«Buonanotte, evangelisti.»
Qualcuno rispose. Qualcun altro grugnì. Poi silenzio.
Passò forse mezz’ora. Forse un’ora. Non lo so.
Fiiiiiiiiiu.
Aprii gli occhi.
Un fischio. Lontano.
Rimasi immobile.
Fiiiiiiiiiu.
Questa volta più vicino.
«L’avete sentito?»
La voce di Marco arrivò dal buio. Quindi non stavo sognando.
«Marmotta» disse Luca.
«Di notte?»
Silenzio.
Fiu.
Tre note brevi. Quasi una risposta.
Accendemmo una torcia e cinque facce assonnate comparvero nella camerata.
«Sarà il vento.»
È incredibile quante cose attribuiamo al vento quando non sappiamo cosa siano.
Spensi nuovamente. Passarono alcuni minuti. Poi arrivò lo scalpitio.
Tac.
Tac.
Tac.
Qualcosa camminava sulle pietre fuori dal bivacco. Lentamente.
Tac. Tac.
Una pausa. Poi di nuovo.
Tac. Tac.
«Stambecco» sussurrò qualcuno.
Nessuno rispose. I passi arrivarono vicino alla parete e si fermarono. Sentii il mio respiro dentro il sacco a pelo. Poi qualcosa strisciò lungo il muro esterno.
Non uno zoccolo. Sembravano dita. Lunghe. Trascinate lentamente sulla lamiera.
Scrrrrrrrr.
Marco accese la luce.
«Adesso mi sono rotto.»
Si tirò fuori dal sacco a pelo completamente nudo e afferrò la torcia.
«Dove vai?»
«Fuori.»
«Nudo?»
Mi guardò.
«Ah, perché secondo te il problema è questo?»
Non aveva tutti i torti.
Arrivò alla porta e posò la mano sulla maniglia.
Dall’altra parte qualcuno fischiò.
Una sola nota. Fortissima.
Marco fece un salto indietro.
Questa volta nessuno propose marmotte.
Poi sentimmo una voce. Bassa, lontana, indistinta. Sembrava provenire dal lago. Una voce roca che pronunciava qualcosa senza che riuscissimo a capire le parole.
Luca mi guardò.
«C’è qualcuno.»
Impossibile. Eravamo soli. Non avevamo visto nessuno salendo, nessuna luce, nessun altro zaino, nessun segno di presenza intorno al bivacco.
La voce tornò. Più vicina. O forse era soltanto l’eco. Una cantilena profonda, spezzata dal vento. E per un istante mi tornò in mente la faccia nera nel lago. Gli occhi. Le corna.
Avrei voluto fare una battuta. Non me ne venne nessuna.
Poi accadde tutto insieme.
Un colpo violentissimo contro la finestra.
SBANG!
Il vetro tremò.
Un secondo colpo.
La piccola anta si spalancò ed entrò qualcosa di nero. Ali, piume, un verso rauco. Un corvo enorme precipitò nella camerata sbattendo contro il soffitto, rimbalzò sulla parete e piombò direttamente sopra Marco.
Marco urlò. Luca urlò. Il corvo urlò. A quel punto, per solidarietà, urlammo tutti.
Cinque uomini completamente nudi saltarono fuori dai sacchi a pelo nel tentativo di sfuggire a un uccello terrorizzato che, con ogni probabilità, era ancora più spaventato di noi. Il corvo svolazzò impazzito nella stanza, finì contro Luca, Luca cercò di proteggersi con il cuscino, Marco agitava un asciugamano mentre io tentavo di aprire completamente la finestra.
Per alcuni secondi la scena raggiunse un livello di dignità umana difficilmente descrivibile.
Poi il corvo trovò l’uscita e scomparve nel nero.
Richiudemmo.
Silenzio.
Ci guardammo. Nudi, pallidi, con i capelli spettinati.
«I quattro evangelisti e l’Apocalisse» dissi.
Qualcuno finalmente rise. Una risata nervosa che durò poco, perché fuori ricominciò lo scalpitio.
Tac. Tac. Tac.
Questa volta non era solo. Altri passi risposero più lontano.
Tac-tac.
Poi un altro verso. E un altro ancora.
Finalmente trovammo il coraggio di guardare dalla finestra. Puntammo le torce verso il prato.
Due occhi brillarono.
Poi altri due.
E altri ancora.
Stambecchi.
Un piccolo gruppo si muoveva tranquillamente intorno al bivacco. Uno sfregava le corna contro la parete.
Ci guardammo.
«Ecco il Diavolo» disse Luca.
Avremmo voluto sentirci stupidi e rassicurati.
Poi arrivò nuovamente il fischio.
Gli stambecchi si immobilizzarono. Tutti insieme.
Le loro teste si voltarono verso il lago.
Anche noi guardammo in quella direzione. Nel buio non si vedeva nulla. Solo nero.
Poi la voce.
Quella cantilena bassa.
Questa volta la sentimmo distintamente.
Gli animali partirono di colpo.
Corsero via.
Noi restammo alla finestra. Non saprei dire per quanto. La voce cessò. Il fischio non tornò.
Nessuno propose di uscire per controllare e nessuno, soprattutto, ebbe il coraggio di ammettere che non aveva più alcuna voglia di dormire.
Tornammo nei sacchi a pelo. Nudi, certo. Ma improvvisamente la nudità aveva cambiato significato. Di giorno era libertà. Quella notte era vulnerabilità.
Non avevamo scarpe ai piedi, pantaloni, giacche, tasche, chiavi, automobili. Eravamo cinque animali dentro una piccola scatola di legno e lamiera, circondati da chilometri di montagne.
Mi addormentai all’alba.
Quando riaprii gli occhi il bivacco era pieno di luce. Il mondo era tornato normale con una sfacciataggine quasi offensiva.
Uscimmo. Il cielo era perfettamente azzurro e il sole illuminava il lago. Preparammo la colazione e scendemmo sulla riva ancora mezzi addormentati. Ci sedemmo sulle pietre, nudi, tazze in mano, occhi gonfi e capelli da reduci.
Nessuno parlava.
Davanti a noi la cima tornava a specchiarsi nell’acqua. Alla luce del mattino non c’era nessun Diavolo. Solo una montagna.
«Quindi» disse finalmente Marco «stambecchi, vento e un corvo.»
«Certo.»
«E la voce?»
Nessuno rispose.
Bevvi un sorso. Il sole cominciava già a scaldarmi le spalle.
Fu allora che dall’altra parte del lago arrivò un suono.
Fiiiiiiiiiu.
Ci immobilizzammo.
Luca abbassò lentamente la tazza. Marco mi guardò. Io guardai il lago.
Poi, da dietro una roccia lontana, comparve una marmotta. Rimase dritta sulle zampe, ci osservò e fischiò di nuovo.
Scoppiammo a ridere. Una risata liberatoria, stupida, fragorosa, che rimbalzò sulle montagne.
Forse avevamo finalmente risolto il mistero.
Forse.
Perché proprio mentre tornavo a bere il caffè guardai distrattamente la superficie del lago. Il sole era ormai alto. La montagna non poteva più disegnare quella figura.
Eppure, per un istante, sul fondo dell’acqua vidi due macchie nere.
Due occhi.
Abbassai la tazza e guardai meglio.
Non c’era più niente.
Decisi di non dirlo agli altri. In fondo avevamo trascorso una notte insonne, eravamo a 2.650 metri e avevo bisogno di una spiegazione razionale.
E poi, diciamocelo: se il Diavolo avesse davvero voluto venire a prenderci, avrebbe avuto tutta la notte.
Forse gli era bastato guardarci.
Cinque uomini nudi, terrorizzati da un corvo.
Anche il Male, ogni tanto, avrà diritto a farsi una risata.
Fai sapere all'autore che hai apprezzato!