Neri non per caso Quando il fango copre tutto, tranne la sensualità.
Scritto da: Renaked |
Data: 02/09/2026
Fine agosto è un mese meravigliosamente ambiguo. Non è più estate piena, ma l’estate non ha ancora nessuna intenzione di andarsene. Le famiglie sono rientrate, i sentieri si svuotano, i parcheggi tornano ad avere spazi liberi e persino le montagne francesi sembrano tirare un sospiro di sollievo dopo settimane trascorse a farsi fotografare.
È il momento perfetto per noi.
Noi siamo la solita congregazione laica dei quattro evangelisti, il sottoscritto e, questa volta, anche Maria e Maddalena. Nomi che, messi insieme ai nostri, continuano a far sembrare ogni escursione una pagina apocrifa scritta da qualcuno con una concezione piuttosto disinvolta delle Sacre Scritture.
La giornata è splendida. Il termometro arriva appena a diciotto gradi, ma il sole di montagna ha quella capacità tutta sua di fregarsene dei numeri: picchia sulla pelle, scalda la schiena e, mentre camminiamo, trasforma rapidamente pile e magliette in accessori inutili.
Il sentiero, poi, sembra fatto apposta per concederci qualche libertà. Corre attraverso una valle ampia e quasi completamente brulla, ricoperta da un’erba talmente corta che sospettiamo le mucche abbiano lavorato con precisione da giardinieri inglesi. Qualche larice isolato, nessun cespuglio dietro cui possa comparire improvvisamente qualcuno e soprattutto una visuale lunghissima, che permette di controllare il percorso parecchie centinaia di metri avanti e indietro.
La maglietta è la prima vittima. Poi i pantaloni.
Continuiamo a camminare nudi, con i calzoncini a portata di mano nello zaino aperto. Maria e Maddalena sono ancora più organizzate: hanno una specie di lunga canotta abbottonata davanti, che in pochi secondi può trasformarle da ninfe dei boschi in rispettabili escursioniste. O almeno così sostengono loro.
Camminare nudi in montagna ha qualcosa di profondamente sensuale senza che debba necessariamente diventare sessuale. È il sole sulle spalle, l’aria fresca che passa dove normalmente incontra tessuti ed elastici, il movimento del corpo che improvvisamente non ha più intermediari con ciò che lo circonda. Io, poi, parto con un certo vantaggio cromatico: sono decisamente il più abbronzato del gruppo. Il sole mi bacia da tutta l’estate con le sue labbra nere e ormai sulla mia pelle ha lasciato qualcosa di più di un semplice ricordo.
E forse proprio perché siamo vestiti soltanto di scarponcini, a un certo punto la conversazione finisce sulle saune.
«Quello che ci vorrebbe stasera», dice Matteo, «è una sauna.»
«Nudi, però.»
«Esistono altri modi di fare una sauna?»
E qui parte l’inevitabile lamentela italiana. Perché, salvo qualche felice eccezione soprattutto in Alto Adige, da noi la nudità in sauna continua spesso a essere trattata come un problema da risolvere anziché come la cosa più naturale del mondo. Puoi entrare in una stanza a novanta gradi, sudare come una fontana, ma guai a toglierti quel pezzetto di tessuto sintetico che, a quelle temperature, probabilmente sta chiedendo pietà più di te.
Ne discutiamo mentre il sentiero sale dolcemente e poi, improvvisamente, davanti a noi appare il lago.
Turchese.
Ma di quel turchese impossibile che hanno certi laghi di montagna, così luminoso da sembrare retroilluminato. Restiamo qualche secondo in silenzio. Poi ci accorgiamo della cosa ancora più strana: verso uno degli affluenti il colore cambia. Dal celeste passa al grigio metallizzato, quindi diventa quasi nero.
Ci avviciniamo.
Il piccolo torrente trascina pietruzze scure e una sabbia finissima che si deposita sulla riva formando una minuscola spiaggia nera. Vicino all’acqua la sabbia è talmente fine e impregnata da diventare una crema densa, lucida.
Matteo ci guarda.
«Scusate… stavamo parlando di SPA, saune e bagni turchi. Ma qui possiamo fare direttamente le sabbiature come a Vulcano.»
Ci guardiamo tutti.
Quello è il momento preciso in cui una semplice escursione perde ogni possibilità di rimanere seria.
Troviamo l’unico larice abbastanza generoso da regalarci un po’ d’ombra, appoggiamo gli zaini vicino a un masso e ci liberiamo degli ultimi indumenti rimasti: scarponcini e calze.
Prima, però, bisogna affrontare l’acqua.
Naturalmente tocca a me.
Non perché sia il più intelligente del gruppo, caratteristica sulla quale esistono opinioni discordanti, ma perché ormai mi sono costruito la reputazione del temerario e devo difenderla. Entro lentamente aspettandomi la pugnalata gelida tipica dei laghi alpini.
Invece no.
È fredda, certamente, ma sorprendentemente piacevole. Procedo finché l’acqua arriva alla vita e poi mi immergo completamente.
«Venite!»
Mi raggiungono uno dopo l’altro. Il fondo, lontano dalla zona fangosa, è fatto di piccoli ciottoli levigati e l’acqua è così limpida che vediamo perfettamente le nostre gambe muoversi sotto la superficie. Dopo qualche minuto arrivano anche dei pesciolini. Prima prudenti, poi sempre più curiosi. Ci sfiorano i polpacci, le caviglie, salgono lungo le gambe.
Giovanni improvvisamente abbassa lo sguardo.
«Ehi… ma questo pesciolino che intenzioni ha? Mi sta pulendo il glande!»
Luca non perde neppure un secondo.
«Ritieniti fortunato. Cosa vuoi di più dalla vita?»
Le risate rimbalzano sull’acqua e contro le pareti della valle.
Maddalena, forse intuendo che la conversazione potrebbe rapidamente perdere qualsiasi residua dignità, esce dal lago.
«Ragazzi, fate quello che volete. Io mi faccio i fanghi.»
La vediamo raggiungere la parte più morbida della spiaggia, raccogliere con le mani quella poltiglia nera e spalmarla sulle gambe. Poi sulle braccia. Poi sul ventre. Infine decide che il metodo manuale è troppo lento e si sdraia direttamente sulla sabbia bagnata, rotolandosi.
Quando si rialza è una salamandra.
Una splendida salamandra completamente nera.
Maria la guarda per tre secondi.
«Arrivo.»
È la fine.
Nel giro di pochi minuti siamo tutti lì a rotolarci, spalmarci, ridere, lasciare impronte sulla sabbia. Il fango cancella abbronzature, differenze, peli, nei. Sette corpi diventano dello stesso colore, lucidi e neri come carbone bagnato.
O quasi.
Perché io parto decisamente avvantaggiato. Matteo mi squadra dalla testa ai piedi e sentenzia:
«Beh, tu praticamente, ricoperto di fango o meno, rimani sempre decisamente scuro.»
«È mimetismo naturista», rispondo. «Io non mi sporco, cambio tonalità.»
Maddalena mi guarda e ride.
«Tu non sei il solito farfallone. Sei di una specie rara: il farfallone nero carbone.»
«Pregiato», aggiungo.
«Raro abbiamo detto. Non allarghiamoci.»
E mentre ridiamo ci accorgiamo che il clima allegro, il contatto dell’acqua sulla pelle, il sole e quella libertà assoluta hanno acceso nel gruppo anche una certa eccitazione. Giovanni e Luca, forse ancora suggestionati dalle attenzioni ittiche ricevute poco prima, sono i primi a tradirla con una chiara erezione. E poco dopo anche gli altri maschietti mostrano che la natura, quando vuole, sa dialogare benissimo con la natura.
«Ma quanta eccitazione può esserci in una situazione così?» dico guardandoci. «Non stiamo facendo assolutamente nulla eppure sembra che ogni centimetro di pelle sia acceso.»
Ed è proprio questo il punto. Non c’è bisogno che accada qualcosa perché esista sensualità. A volte basta sentirsi vivi, nudi, sporchi di terra, scaldati dal sole dopo essere usciti dall’acqua fredda. Il corpo non legge i trattati di filosofia naturista e, fortunatamente, non frequenta neppure i forum: sente e reagisce.
Maria e Maddalena osservano la situazione.
«Comunque», dice Maria, «non aspettatevi che per alzarci ci aggrappiamo agli appositi sostegni. Non siamo sul bus.»
Crolliamo dalle risate.
Ci sdraiamo al sole.
Ed ecco la seconda trasformazione.
Il nero lucido comincia lentamente a schiarire. Prima diventa opaco, poi grigio, infine antracite. Il fango si tende sulla pelle e forma migliaia di piccole crepe. Basta muovere un dito perché si senta cric. Pieghi un ginocchio: crac. Stringi l’addome: una ragnatela di minuscole fratture.
Siamo diventati sette vasi umani con finitura cracklé.
Giovanni è il primo ad alzarsi. Il rivestimento secco scricchiola e alcuni frammenti cadono sulla sabbia. Si guarda le braccia, il torace, le gambe.
Poi guarda noi.
«Ma vi rendete conto che sembriamo quelli che non ce l’hanno fatta a Pompei ed Ercolano?»
Maria apre gli occhi di colpo.
«Dannazione, mi ero addormentata. Sono completamente secca.»
Si mette seduta con cautela e il suo guscio si spacca in decine di punti.
«Ora ci conviene fare come le larve: ci buttiamo in acqua, usciamo dal guscio e diventiamo farfalle.»
Maddalena indica noi uomini.
«Voi, al massimo, farfalloni.»
Poi guarda me.
«Anzi, uno lo abbiamo già classificato: farfallone nero carbone.»
E farfalloni sia.
Partiamo tutti insieme verso il lago, correndo goffamente perché il fango secco tira la pelle e a ogni passo perdiamo qualche pezzo di noi stessi. Entriamo in acqua senza esitazioni e il turchese immediatamente si intorbida di piccole nuvole grigie. Passiamo le mani sul corpo, il guscio si scioglie e sotto ricompare lentamente la pelle abbronzata.
Nel mio caso, a dire il vero, il cambiamento cromatico è meno spettacolare.
«Ecco», commenta Matteo, «noi siamo tornati color carne. Tu sei tornato color Claudio.»
È una definizione sufficientemente scientifica da non richiedere ulteriori spiegazioni.
L’acqua fredda sembra nuova. Anche la pelle sembra nuova.
Quando usciamo siamo puliti, nudi e stranamente leggeri. Ci sdraiamo ancora qualche minuto sulla riva, questa volta senza fango, lasciando che sia il sole ad asciugarci. Nessuno parla.
Forse è quella la nostra vera sauna: diciotto gradi, nessuna stufa, nessun asciugamano obbligatorio e un soffitto azzurro alto qualche migliaio di metri.
Poi il sole comincia a scendere dietro la montagna e l’aria cambia. In pochi minuti ci ricorda che agosto sta finendo e che siamo pur sempre nudi sulle Alpi francesi.
Ci rivestiamo lentamente.
Quando infilo le calze mi accorgo che tra le dita dei piedi è rimasta ancora una sottile striscia nera. La guardo e decido di lasciarla lì.
Un piccolo souvenir che non ha superato la dogana della doccia.
Riprendiamo il sentiero verso valle. Siamo di nuovo escursionisti apparentemente normali, vestiti e con gli zaini sulle spalle. Ma dopo qualche centinaio di metri Maddalena si gira verso di noi e sorride.
«Comunque la sauna stasera possiamo anche evitarla.»
«Perché?»
«Perché oggi abbiamo già fatto la SPA.»
Guarda il lago ormai lontano.
«Solo che non aveva reception.»
E forse è proprio questo il lusso più grande: arrivare in un luogo senza aver prenotato nulla, spogliarsi di tutto, perfino del colore della propria pelle, diventare per qualche ora acqua, fango e sole.
Per poi tornare a casa più puliti di quando si è partiti.
Anche se, per riuscirci, abbiamo dovuto sporcarci completamente.
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