Impollinazione naturale. Cronaca di una giornata in cui la natura si prese troppe confidenze.
Scritto da: Renaked |
Data: 03/09/2026
Ci sono giornate in cui la natura ti accoglie. Altre in cui sembra volerti abbracciare. Poi ci sono quelle in cui, evidentemente fraintendendo il concetto di naturismo, decide di partecipare. Era una di quelle giornate di fine estate in cui il sole non ha ancora ricevuto comunicazione ufficiale dell’arrivo di settembre. Picchiava verticale, ostinato, facendo brillare la pelle e trasformando ogni ombra in un privilegio da conquistare. Eravamo partiti in sei: io, i quattro evangelisti e Maria con Maddalena. Sette, quindi. Lo so. Ma ormai ho rinunciato a spiegare perché i conti, quando ci sono di mezzo gli evangelisti, non tornino mai. Avevamo trovato un angolo appartato lungo un torrente di montagna, abbastanza lontano dal sentiero perché nessuno dovesse scandalizzarsi e abbastanza vicino all’acqua perché noi potessimo scandalizzarci liberamente tra di noi. I vestiti durarono meno del pranzo. In pochi minuti eravamo nudi, sparpagliati sulle rocce come lucertole poco devote alla discrezione. Il sole scaldava la pelle, l’acqua gelida prometteva vendetta e il contrasto tra le due cose produceva quella meravigliosa sensazione per cui il corpo sembra improvvisamente ricordarsi di essere vivo tutto insieme. «Non capisco perché dobbiate sempre spogliarvi così velocemente», disse Maria. La guardammo. Era già nuda. «Per darvi il buon esempio», aggiunse. Maddalena si sdraiò accanto a lei ridendo. «Maria, nella storia dell’umanità credo sia la prima volta che qualcuno dà il buon esempio togliendosi tutto.» Io, intanto, avevo deciso che il mio contributo alla civiltà sarebbe consistito nel tuffarmi per primo. L’acqua era talmente fredda che, appena entrai, pronunciai una parola che nei Vangeli non compare. Forse due. I quattro evangelisti, invece di preoccuparsi, applaudirono. «Ritieniti fortunato», gridò uno. «Almeno adesso sappiamo che sei ancora vivo.» Uscii dall’acqua cercando di conservare una dignità incompatibile con la temperatura appena sperimentata. Il sole sulla pelle bagnata diventò immediatamente una carezza calda. Gocce d’acqua e sudore cominciarono a confondersi, scendendo lentamente lungo il corpo, mentre io mi sdraiavo sul telo. Fu allora che arrivò l’ape. Non so che cosa avesse bevuto prima di incontrarmi, ma evidentemente mi trovò interessante. Cominciò a girarmi intorno con quell’insistenza tipica di chi non ha ricevuto un invito ma ritiene comunque di essere nella lista degli ospiti. Si posò sulla gamba. Ripartì. Tornò sul ginocchio. Poi sul braccio. «Non muoverti», disse Maddalena. «Grazie. Avevo proprio intenzione di iniziare una tarantella.» L’ape avanzò tra i peli della pelle con la concentrazione di un esploratore botanico che cominciava a sospettare di aver sbagliato continente. Maria rise. «Secondo me ti ha scambiato per un fiore.» «Con questa abbronzatura? Al massimo per un girasole carbonizzato.» Finalmente volò via. Tirai un sospiro di sollievo troppo presto, perché la natura aveva evidentemente organizzato i turni. Arrivò la farfalla. Piccola, arancione, delicatissima. Mi girò intorno un paio di volte e poi si posò su di me. Esattamente dove non avrebbe dovuto. Ci fu un istante di silenzio religioso. Persino gli evangelisti tacquero. Guardai verso il basso. La farfalla apriva e chiudeva lentamente le ali, perfettamente tranquilla. Io molto meno. Maddalena fu la prima a parlare. «Non muoverti.» «Curioso. Oggi tutti mi danno lo stesso consiglio.» Maria si portò una mano davanti alla bocca per non ridere. «Deve averlo scambiato per un fiore anche lei.» Uno degli evangelisti osservò la scena con aria scientifica. «Direi più per un sostegno.» A quel punto scoppiammo tutti a ridere, me compreso, cercando però di farlo senza scuotere troppo il luogo scelto dalla farfalla per la propria pausa pranzo. La situazione aveva qualcosa di surreale e, contemporaneamente, di terribilmente sensuale. Perché quando sei completamente nudo sotto un sole feroce, circondato da altri corpi nudi, con la pelle calda, sudata, rilassata, basta pochissimo perché una sensazione innocente venga interpretata dal corpo con intenzioni decisamente meno innocenti. E una farfalla che muove le ali non aiuta. «Mi raccomando», disse Maria, «controlla le emozioni.» «Sto cercando di convincere soprattutto una parte di me.» «Quale?» «Quella che potrebbe trasformare questo documentario naturalistico in un film vietato ai minori.» La farfalla, fortunatamente, decise che la botanica offriva altrove prospettive meno movimentate e volò via. Applauso generale. «Complimenti», disse Maddalena. «Sei stato appena impollinato.» Pensavo che il momento più pericoloso della giornata fosse passato. Ingenuità. A pranzo tirammo fuori pane, formaggio, pomodori e un grappolo d’uva che qualcuno aveva portato nello zaino. Mangiare nudi all’aperto ha qualcosa di primitivo e meravigliosamente assurdo: improvvisamente una fetta di pane sembra un banchetto e un chicco d’uva assume un’importanza che normalmente non possiede. Maddalena ne staccò uno e me lo porse. Allungai la mano. Lei la ritrasse. «No.» «No cosa?» «Senza mani.» La guardai. Maria guardò lei. Gli evangelisti smisero contemporaneamente di masticare. «Siete veramente persone semplici», dissi. «Basta un chicco d’uva e improvvisamente avete tutti la stessa espressione.» Mi avvicinai e presi l’acino con la bocca. Maddalena lo lasciò andare all’ultimo momento sfiorandomi appena le labbra con le dita. Una sciocchezza. Eppure quella carezza involontaria rimase sospesa qualche secondo più del necessario. Il bello dell’erotismo è proprio questo: non ha bisogno di grandi gesti. Gli basta un dubbio. Maria ruppe l’incantesimo. «Se avete finito Ultimo tango nell’uva, passerei il formaggio.» Risata generale. E l’eccitazione, qualunque forma avesse cominciato ad assumere, tornò educatamente a sedersi. Dopo pranzo il caldo diventò quasi liquido. La pelle era lucida di sudore e qualcuno propose di tornare in acqua. Per raggiungerla bisognava scendere lungo una roccia levigata dal torrente. Partii. Piede destro. Piede sinistro. Scivolai. Non fu una caduta vera e propria. Fu piuttosto una coreografia contemporanea senza prove: braccia aperte, sedere indietro, una gamba alla ricerca disperata della propria dignità. Maddalena cercò di afferrarmi. Scivolò anche lei. Maria cercò di afferrare Maddalena. Scivolò Maria. In meno di tre secondi eravamo diventati una composizione di corpi nudi intrecciati sulla roccia, ciascuno impegnato soprattutto a capire quale mano appartenesse a chi. Sentivo il corpo caldo di Maddalena contro il mio fianco, una gamba di Maria sopra la mia e, da qualche parte, qualcosa che mi premeva sul sedere. «Scusate, ma qui cosa appartiene a chi?» «La mano o il sedere?» «Temo di non voler conoscere nessuna delle due risposte.» Ci liberammo ridendo, ma con quella strana consapevolezza che certe vicinanze, quando si è nudi, possiedono inevitabilmente una corrente sotterranea. Non necessariamente sesso. Non necessariamente desiderio. Piuttosto la percezione improvvisa dell’altro attraverso la pelle, senza tessuti a fare da dogana. E quella giornata sembrava fatta apposta per ricordarcelo. Ci immergemmo tutti. Urla. Insulti alla temperatura. Promesse solenni di non farlo mai più. Cinque minuti dopo eravamo ancora dentro. Quando tornammo al sole ci sdraiammo vicini, stanchi e felici. Qualcuno passò una mano sulla schiena di qualcun altro per togliere un filo d’erba. Una carezza ne generò un’altra. Niente di programmato: mani sulle spalle, dita tra i capelli, un palmo che indugiava sulla pelle calda. Il confine tra amicizia e sensualità diventava sottile senza che nessuno sentisse il bisogno di attraversarlo. Intorno a noi frinivano i grilli. «Almeno loro stanno facendo sesso», osservò uno degli evangelisti. Maria sollevò la testa. «Come fai a saperlo?» «Non lo so. Ma con tutto quel rumore spero almeno si stiano divertendo.» Arrivò un’altra farfalla. Tutti guardarono me. «No.» La farfalla continuò ad avvicinarsi. «Assolutamente no.» Maddalena rideva. «Magari è quella di prima.» «Peggio. Significa che ha parlato con le amiche.» La farfalla mi girò intorno, esitò e infine si posò sulla coscia. Sospiro collettivo. «Vedete?» dissi. «Ha capito le distanze.» Rimanemmo lì ancora a lungo, mentre il sole cominciava finalmente a inclinarsi. Corpi nudi, pelle scura, qualche goccia d’acqua rimasta nelle pieghe, briciole del pranzo, acini d’uva sopravvissuti e quella piacevole stanchezza che arriva quando per qualche ora non hai dovuto essere altro che te stesso. Pensai che forse è questa una delle cose che amo maggiormente del naturismo: il corpo smette di essere qualcosa da mostrare o nascondere e torna semplicemente a essere il luogo nel quale senti il mondo. Il freddo dell’acqua. Il calore del sole. Il sudore. Una mano. Una risata. Il battito improvvisamente più veloce quando qualcuno ti sfiora. Persino le ali quasi impercettibili di una farfalla. Poi sentii qualcosa camminarmi sulla pancia. Abbassai gli occhi. Era un grillo. Guardai gli altri. «Nessuno dica una parola.» Silenzio. Il grillo fece un salto verso il basso. Mi alzai di scatto. «HO DETTO NESSUNO!» Gli evangelisti erano già piegati in due dalle risate. Maria e Maddalena pure. Mi guardai intorno, completamente nudo, abbronzato, ancora umido, inseguito dalla fauna locale e ormai privo di qualsiasi residuo di autorevolezza. E capii finalmente una cosa. Dicono che il naturismo serva a ritrovare il contatto con la natura. Quel giorno, almeno con me, la natura aveva decisamente esagerato.
Fai sapere all'autore che hai apprezzato!