Non so chi abbia inventato il gioco. E questo, conoscendo i quattro evangelisti, è già sospetto. Eravamo arrivati in spiaggia abbastanza presto da poterci concedere quel lusso che per un naturista vale più di un ombrellone in prima fila: lo spazio. Il mare aveva lasciato sulla battigia una collezione di tronchi, rami levigati e piccoli relitti vegetali, e uno di quei tronchi, incastrato nella sabbia da chissà quante mareggiate, si era rivestito di un muschio verde e morbido che sembrava velluto. Mi ci ero seduto sopra. Nudo, naturalmente. Avevo appoggiato prima i piedi, poi i polpacci, lasciando che l’acqua delle onde arrivasse a bagnarli e si ritirasse subito dopo. Il muschio era fresco, viscido soltanto in apparenza: sotto la pianta del piede risultava invece sorprendentemente compatto, quasi una moquette vegetale. «Questo bisogna provarlo a occhi chiusi» dissi. Errore. Mai pronunciare una frase del genere in presenza di Luca, Matteo, Giovanni e Marco. «Bendati» precisò Matteo. «Nudi» aggiunse Marco. «Quello mi pareva già acquisito» osservò Giovanni. Luca non disse niente. Si era già tolto la bandana dalla testa e la teneva fra le mani. Fu così che nacque il gioco. Le regole erano semplicissime: uno di noi sarebbe stato bendato e gli altri lo avrebbero accompagnato verso una superficie scelta senza dirgli quale. Niente mani per esplorarla preventivamente. Il contatto doveva avvenire con una parte del corpo stabilita dagli altri e il malcapitato avrebbe dovuto descrivere ciò che sentiva e indovinare di cosa si trattasse. «Una degustazione» dissi. «Con che cosa degusti?» «Con la pelle.» «Tu pur di stare nudo riesci a trasformare qualsiasi cretinata in filosofia.» Aveva ragione. Ma solo sulla cretinata. Cominciammo da Luca. Benda sugli occhi e braccia lungo i fianchi. Lo portammo verso il punto in cui la sabbia, asciutta da ore sotto il sole, era diventata finissima. «In ginocchio.» «Sembra l’inizio di qualcosa di poco rassicurante.» «Fidati degli evangelisti.» «È proprio questo che mi preoccupa.» Gli facemmo appoggiare lentamente le ginocchia e poi scendere fino a sedersi. La sabbia gli accolse cosce e natiche, cedendo sotto il suo peso. Luca rimase immobile. «Calda. Morbida, ma non proprio morbida. Mi entra dappertutto.» Scoppiammo a ridere. «Questa non la scrivere.» Naturalmente la sto scrivendo. Poi mosse appena il bacino e la sabbia scivolò sotto di lui. «È strano. Sembra che la pelle venga accarezzata da milioni di dita piccolissime.» Indovinò quasi subito. Per Matteo scegliemmo i sassolini della battigia. Lo facemmo sdraiare sulla schiena molto lentamente, prima con le scapole, poi con tutta la colonna e infine con le gambe. «Ah! Questa è cattiveria.» I ciottoli erano arrotondati dal mare, ma ciascuno premeva in un punto diverso. Matteo cominciò istintivamente a muoversi e quello che all’inizio sembrava fastidio diventò una specie di massaggio. «Ruvido?» «No. Duro. Che è diverso. Sento ogni singolo punto della schiena. E quando mi muovo cambia tutto.» Un’onda più lunga delle altre raggiunse i suoi piedi e risalì sotto i polpacci. Matteo sobbalzò. «Fredda!» «Il materiale ha reagito.» «Il materiale è il mare.» Aveva perso. Giovanni ebbe l’erba del retrospiaggia. Non quella alta e secca, ma un piccolo tappeto cresciuto dove arrivava l’umidità senza arrivare il sale. Gli facemmo percorrere gli ultimi metri scalzo e bendato, poi lo sdraiammo prono. Il primo contatto fu con il petto e l’addome. Tacque. «Allora?» «Solletico.» Una brezza passò sull’erba e le estremità degli steli gli sfiorarono fianchi e gambe. «Molto solletico.» «Descrivi professionalmente.» «Mi stanno facendo il solletico anche in posti nei quali non avevo previsto di essere intervistato.» Risata generale. Eppure, dopo qualche secondo, smise di scherzare. Respirava lentamente. L’erba gli sfiorava la pelle a ogni refolo e lui non poteva prevedere dove sarebbe arrivato quello successivo. Fu in quel momento che capii la parte più interessante del gioco. Non era la superficie. Era l’attesa. Quando sei nudo e vedi ciò che ti circonda, il corpo sa già cosa aspettarsi. Sai che entrerai nell’acqua fredda, che ti siederai sulla sabbia calda, che una roccia sarà dura. Chiudere gli occhi toglie alla pelle quella preparazione. E ogni sensazione arriva senza preavviso. Marco finì sul tronco. Quello della fotografia. Gli facemmo appoggiare prima i piedi sul muschio umido. Li mosse lentamente avanti e indietro. «Morbido.» Poi strinse le dita. «Bagnato.» «Continua.» «Fresco.» Gli facemmo abbassare un polpaccio fino a sfiorarlo. Marco ebbe un brivido evidente. «Questo è bellissimo.» Per una volta nessuno fece battute. Il muschio si piegava sotto la pelle senza opporre resistenza e contemporaneamente il legno sottostante restava duro, presente. Morbidezza e rigidità nello stesso punto. Marco continuava a strofinare lentamente il polpaccio, quasi volesse capire dove finisse l'una e cominciasse l'altra. Poi naturalmente rovinò tutto. «Se questo è un albero, lo voglio adottare.» Toccava a me. Mi bendarono con una cura che avrebbe dovuto insospettirmi. «Cammina.» «Dove?» «Se te lo diciamo, perdiamo una parte fondamentale del concetto di benda.» Due mani mi guidavano per gli avambracci. Sentivo il sole sulla faccia, sulle spalle, sul petto. Senza vista perfino l’aria sembrava avere una consistenza. La brezza arrivava fresca sulla pelle ancora umida di mare, mentre la sabbia sotto i piedi cambiava continuamente: compatta, poi cedevole, poi di nuovo fresca. Mi fermarono. «Sdraiati.» «Su cosa?» «Il concorrente non fa domande.» Mi fecero scendere su un fianco. Fu la parte esterna della coscia a incontrare per prima la superficie. Fredda. Liscia. E scivolosa. «Roccia bagnata.» «Continua.» Mi fecero scorrere appena. Sentii una patina morbida sotto la coscia e lungo il fianco. Non era il muschio del tronco: questa era più sottile, quasi setosa. «Alghe.» «Quasi.» Era una roccia ricoperta da quella vegetazione verde che il mare lascia dove continua ad arrivare senza sommergere completamente. «È piacevole» ammisi. «Lo vediamo.» Seguì un silenzio di un secondo. Poi una risata collettiva. La benda aveva un inconveniente che non avevamo considerato: impediva a me di vedere loro, non a loro di vedere me. E il corpo, quando viene privato della vista e sottoposto a una sequenza di sensazioni impreviste, può manifestare il proprio entusiasmo con una sincerità decisamente superiore a quella del proprietario. «È una reazione scientifica.» «Naturalmente.» «Neurovegetativa.» «Sicuramente.» «Andate al diavolo.» Quando mi tolsero la benda vidi arrivare Maria e Maddalena. Con loro c’era un uomo che non conoscevamo. Alto, asciutto, capelli scuri, quel genere di persona che osserva per qualche secondo prima di decidere se quello che ha davanti gli piace oppure no. Maddalena ci indicò. «Non chiedere.» Lui guardò la bandana, il tronco, cinque uomini nudi e Giovanni ancora ricoperto di fili d’erba. «Invece credo proprio che chiederò.» Si chiamava Saulo. Gli spiegammo il gioco. «E voi fate queste cose abitualmente?» «No» risposi. «Di solito facciamo cose più stupide.» Maria volle provare immediatamente. Per lei scegliemmo la schiuma. La facemmo sedere proprio dove moriva l’onda, con le gambe distese verso il mare. Ogni volta l’acqua risaliva sulle caviglie, sui polpacci, talvolta fino alle cosce, lasciando dietro di sé migliaia di bollicine. Maria rideva. «Punge!» «Punge?» «Sì, ma pochissimo. È come un solletico che scoppia.» Bella definizione. Maddalena invece ricevette una distesa di foglie secche accumulate dal vento ai margini della spiaggia. La facemmo camminare lentamente e poi appoggiare la schiena. Crepitavano sotto di lei a ogni movimento. «Queste le conosco.» «Non basta indovinare.» «Sono fragili. Mi graffiano appena, ma appena mi muovo si rompono. E fanno un rumore enorme.» Si girò lentamente su un fianco. «Sembra di essere avvolti nella carta.» Saulo osservava. «Tocca a te» gli disse Maddalena. «Non conosco nemmeno i vostri nomi.» «Meglio. Se sopravvivi te li diciamo.» Lo bendammo. Per lui trovammo una superficie diversa: legno asciutto, levigato dal mare. Un tronco chiarissimo, quasi bianco. Gli facemmo appoggiare gli avambracci e poi il petto. Saulo rimase immobile. «Caldo.» Fece scorrere appena un braccio. «Liscio in una direzione, ruvido nell’altra.» Interessante. «Legno.» Aveva indovinato. «Questo è bravo» disse Luca. «Possiamo mandarlo via.» Avremmo potuto finire lì. Naturalmente non lo facemmo. Fu Maddalena a proporre l’ultima prova. «Adesso ne facciamo una tutti insieme. Uno bendato e nessuno gli dice nemmeno quale categoria di materiale deve riconoscere.» Ci guardammo. Quel sorriso non prometteva niente di buono. Il sorteggio condannò Giovanni. Lo bendammo nuovamente e, mentre Maria lo teneva occupato, Maddalena indicò silenziosamente Marco. «Tu. Sdraiati.» Marco spalancò gli occhi. «Io sarei il materiale?» «Shhh.» Si distese sulla sabbia. Portammo Giovanni verso di lui e gli dicemmo soltanto: «Questa volta usa l’avambraccio.» Giovanni si abbassò lentamente. Il suo avambraccio incontrò il fianco di Marco. Si fermò. Silenzio. Lo mosse di pochi centimetri. «Caldo.» Noi trattenevamo le risate. «Molto liscio.» Marco aveva gli occhi chiusi per non tradirsi. Giovanni continuò l’esplorazione consentita dal gioco, sempre con l’avambraccio, risalendo appena dal fianco verso le costole. La pelle di Marco reagì con un brivido. Giovanni ritirò immediatamente il braccio. «Un momento.» Silenzio. Toccò di nuovo. Questa volta fu Marco a non riuscire a trattenere una risata. Giovanni si strappò la benda. «Ma siete deficienti!» A quel punto esplodemmo tutti. Anche Saulo. E forse fu proprio quella risata a trasformarlo definitivamente da sconosciuto in uno di noi. Restammo ancora a lungo sulla spiaggia. Senza benda, questa volta. Ognuno tornò spontaneamente alla superficie che gli era piaciuta di più: Marco al muschio, Maria alla schiuma, Matteo ai sassolini. Io rimasi seduto sul tronco con i piedi appoggiati sul verde, mentre un’onda ogni tanto li raggiungeva e lasciava sulla pelle piccole gocce lucide. Pensavo a quanto fosse curioso. Ci spogliamo e crediamo che essere nudi significhi soprattutto essere visti. Forse perché abbiamo costruito intorno al corpo un mondo nel quale lo sguardo viene sempre prima di tutto il resto. Quel pomeriggio avevamo fatto esattamente il contrario. Avevamo tolto la vista. E improvvisamente il corpo era diventato enorme. La pianta di un piede poteva distinguere il muschio dal legno. Una coscia sentiva la seta verde di una roccia bagnata. La schiena contava i sassolini uno per uno. L’erba trasformava un soffio di vento in un brivido. Perfino un altro corpo, privato della sua immagine, per qualche secondo poteva diventare soltanto calore, morbidezza, pelle. Forse è anche questa l’arte di essere nudi. Non mostrare il corpo. Lasciargli sentire il mondo.