Ottobre, quest’anno, deve aver litigato con l’autunno. Non si spiegherebbe altrimenti quel caldo quasi estivo che continuava a regalarci giornate da costume. Costume che, per quanto mi riguarda, resta un indumento del tutto superfluo, soprattutto quando la natura ti offre la possibilità di farne a meno. Era uno di quei pomeriggi in cui il mare sembrava aver deciso di trattenere l’estate ancora per qualche ora. La spiaggia, un lungo tratto di sabbia libera incorniciato dalle dune, era praticamente deserta. Qualche impronta, un paio di gabbiani indaffarati e tre naturisti che avevano deciso di celebrare l'ennesimo miracolo meteorologico. Io, Marco e Luca. Due dei miei quattro evangelisti preferiti. Marco, il contemplativo, quello capace di trovare significati filosofici persino nella forma di una conchiglia. Luca, invece, è il nostro incorreggibile provocatore: lingua affilata, battuta sempre pronta e un'innata predisposizione a notare particolari anatomici che agli altri, almeno apparentemente, sfuggono. Avevamo organizzato un aperinudo con tutti i crismi. Una borsa frigo, qualche stuzzichino, olive, focaccia, formaggi, una bottiglia di bollicine e tre bicchieri rigorosamente di vetro. Perché va bene essere selvaggi, ma senza rinunciare a un minimo di eleganza. «Manca soltanto il cameriere», osservò Luca, mentre disponeva il nostro piccolo banchetto su un telo. «Possibilmente nudo», aggiunsi. «Possibilmente bello», precisò Marco. «Possibilmente muto», conclusi. «Almeno non ci interrompe mentre diciamo sciocchezze.» Il nostro ultimo bagno della giornata fu un piccolo atto di ribellione al calendario. L'acqua era fresca, ma non abbastanza da scoraggiare tre uomini che avevano ormai sviluppato una certa familiarità con le temperature marine e con le loro conseguenze sulle estremità. «Io entro!» annunciai, avanzando deciso. «Tu entreresti anche in un frigorifero, pur di poter dire che l'hai fatto nudo», commentò Luca. Mi tuffai. L'acqua mi avvolse con quel brivido improvviso che parte dalle caviglie e risale fino alla nuca, passando per territori che preferiscono generalmente temperature più accomodanti. Riemersi scuotendo la testa, con i capelli incollati alla fronte e un sorriso che avrebbe fatto invidia a un bambino appena uscito da un luna park. Marco entrò lentamente, assaporando ogni centimetro di immersione. Luca, invece, fece il solito teatrino di lamenti, invocazioni e improbabili promesse di castità. «Se sopravvivo, giuro che da domani mi vesto!» «Allora speriamo che l'acqua sia davvero fredda», replicai. Nuotammo, scherzammo e ci lasciammo cullare dalle onde. A un certo punto, galleggiando supino, osservai il cielo che cominciava a tingersi di arancio. Sentivo il mare accarezzarmi la schiena, il ventre emergere appena dalla superficie e una libertà così intensa da sembrare quasi fisica. Quando uscimmo, il sole aveva già iniziato la sua discesa. Ci asciugammo senza fretta, lasciando che fosse soprattutto l'aria tiepida a fare il suo lavoro. Luca si occupò del nostro piccolo falò, utilizzando alcuni legni spiaggiati che avevamo raccolto poco prima, in un punto riparato dalla brezza. Le prime fiamme cominciarono a danzare mentre Marco stappava la bottiglia. Il crepitio della legna si mescolava al rumore delle onde. C'era qualcosa di primitivo e insieme profondamente raffinato in quella scena. Tre uomini nudi, un fuoco, il mare e un tramonto che sembrava dipinto da un artista particolarmente generoso con il rosso cadmio. Dopo il primo brindisi, decisi di concedermi una passeggiata. «Vado a salutare il sole.» «Digli che domani lo aspettiamo alla stessa ora!» gridò Luca. Mi allontanai lungo la battigia, lasciando che la sabbia ancora tiepida accogliesse i piedi. Camminavo lentamente, immerso in quella luce arancione che trasformava ogni cosa in una silhouette. Il mare rifletteva il cielo, i gabbiani attraversavano l'orizzonte e il vento leggero sfiorava il corpo con la delicatezza di un amante discreto. Non pensavo a nulla. O forse pensavo a tutto. Alla bellezza di essere lì, senza vestiti, senza orologi, senza il bisogno di apparire diverso da quello che ero. Sentivo la pelle ancora salata, il tepore del sole sul petto, la brezza che scivolava lungo i fianchi e accarezzava parti del corpo che, evidentemente, stavano apprezzando il paesaggio quanto il sottoscritto. Perché il corpo, quando è libero, ha un linguaggio tutto suo. E qualche volta decide di esprimersi senza chiedere il permesso al cervello. Non mi accorsi che, alle mie spalle, Luca aveva estratto il telefono e immortalato il momento. Tornai al falò quando il sole era ormai una sfera infuocata appoggiata sull'acqua. Marco mi porse un bicchiere. «Alla bellezza della natura!» «E alla natura della bellezza!» risposi. Luca, che da qualche minuto sorrideva con un'aria decisamente sospetta, intervenne. «A proposito di bellezza, avrei una proposta.» «Se riguarda il matrimonio, sappi che sono già impegnato con me stesso.» «Molto meglio. Ti ho fatto una fotografia.» Mi mostrò lo schermo. Rimasi a guardare. La mia figura, completamente in controluce, attraversava un tramonto spettacolare. Il corpo era una sagoma scura, quasi scolpita nel bronzo, con il sole che incendiava il mare alle mie spalle. E c'era un particolare. Un particolare che, pur essendo perfettamente naturale, conferiva al mio profilo un'insospettabile ambizione architettonica. Marco si avvicinò per osservare meglio. Silenzio. Poi scoppiò a ridere. «Però! Direi che il tramonto ti ha particolarmente ispirato.» Luca annuì con aria professionale. «Secondo me dovresti usarla come foto profilo sui social.» «Quale profilo, esattamente?» «Quello completo. È una fotografia che valorizza tutte le tue qualità.» «Soprattutto quelle che guardano verso il futuro», aggiunse Marco. Osservai nuovamente l'immagine. «Beh, almeno non si può dire che sia una foto piatta.» «Altroché! Hai dato una nuova interpretazione al concetto di linea dell'orizzonte.» «E comunque», intervenni, «vorrei farvi notare che non si tratta di esibizionismo. È semplicemente un omaggio spontaneo alla bellezza del creato.» «Un omaggio?» Luca scoppiò a ridere. «A me sembra quasi una standing ovation!» «Naturale», risposi. «Il sole tramonta una volta al giorno. Bisogna pur salutarlo con tutti gli onori.» Marco, ancora divertito, osservò che il mio corpo aveva probabilmente interpretato il tramonto come un'alba. «Questione di punti di vista», ribattei. «E soprattutto di profilo.» Fu allora che decidemmo di dare un titolo alla fotografia: Il sole cala, l'entusiasmo sale. Il fuoco intanto aveva preso vigore. Ci sedemmo intorno alle fiamme, abbastanza vicini da sentirne il calore sulla pelle. La luce arancione disegnava ombre mobili sui nostri corpi, sottolineando spalle, ginocchia, ventri e piccoli dettagli che la penombra rendeva più suggestivi di quanto non fossero alla luce del giorno. Luca, seduto accanto a me, allungò una gamba per avvicinare un pezzo di legno al fuoco. Il suo polpaccio sfiorò il mio. «Scusa.» «Figurati. Non ho ancora chiesto il pedaggio per il contatto fisico.» «Allora approfitto della promozione.» Lasciò la gamba dov'era. Marco ci osservò sorridendo. «Sapete cosa mi piace di queste situazioni? Che il corpo smette di essere un argomento e torna a essere semplicemente una presenza.» «Con qualche argomento particolarmente convincente», precisò Luca. «Tu non riesci proprio a essere serio per più di trenta secondi», gli dissi. «Ci riesco. Ma mi sembra uno spreco.» Aveva ragione Marco, però. C'era una bellezza speciale in quella vicinanza. Il calore del fuoco davanti, la frescura della sera dietro, le spalle che occasionalmente si toccavano, le mani che si incontravano passando un bicchiere. Piccoli contatti, apparentemente insignificanti, capaci di suscitare un brivido che non dipendeva soltanto dalla temperatura. A un certo punto mi distesi sulla sabbia, appoggiando la testa sulle braccia. Sentivo i granelli aderire alla schiena ancora leggermente umida, mentre il fuoco mi scaldava un fianco e l'aria serale accarezzava l'altro. «Sembri una lucertola davanti a un camino», commentò Luca. «Una lucertola molto evoluta.» «E decisamente abbronzata», aggiunse Marco. «Il sole mi bacia con le sue labbra nere. Lo sapete.» «Sì, ma a giudicare dalla fotografia di prima, direi che il vostro rapporto sta diventando piuttosto intimo.» Ridemmo ancora. Poi arrivò quel momento raro in cui persino Luca rimase in silenzio. Il sole era scomparso. Il cielo conservava una striscia color rame sull'orizzonte, mentre sopra di noi cominciavano ad apparire le prime stelle. Il fuoco crepitava e ogni tanto una scintilla saliva nell'aria, dissolvendosi come un pensiero troppo breve per diventare parola. Fu in quel momento che sentimmo delle voci. Due figure avanzavano lungo la spiaggia, provenendo dalla direzione delle dune. Un ragazzo e una ragazza, entrambi nudi, camminavano tenendosi per mano. «Buonasera!» salutò lui. «Buonasera a voi!» rispondemmo quasi in coro. Erano Isacco e Rebecca, una giovane coppia che avevamo incontrato qualche volta durante l'estate. Lui alto, capelli scuri e un sorriso disarmante; lei riccioli castani, occhi vivaci e quella naturale eleganza che appartiene alle persone perfettamente a proprio agio nel loro corpo. «Abbiamo visto il fuoco da lontano», spiegò Rebecca. «Sembrava un piccolo accampamento di naufraghi.» «Naufraghi del pudore», precisai. «Abbiamo perso tutto, tranne l'aperitivo.» «E la dignità?» domandò Isacco. «Quella l'abbiamo lasciata in macchina insieme ai vestiti», rispose Luca. Li invitammo a unirsi a noi. Rebecca si sedette accanto a Marco, mentre Isacco trovò posto fra me e Luca. La vicinanza del fuoco ci costrinse a stringerci un poco. Una spalla contro un'altra, ginocchia che si sfioravano, il dorso di una mano che incontrava casualmente una coscia mentre cercava un bicchiere. Nessuno sembrava farci caso. O forse tutti, in qualche modo, ne eravamo consapevoli. Rebecca osservò il nostro piccolo banchetto. «Però, siete organizzati!» «Siamo naturisti, non primitivi», precisai. «Anche se qualcuno», intervenne Marco, «oggi ha dimostrato un certo entusiasmo primordiale.» Luca non aspettava altro. «Rebecca, devi assolutamente vedere una fotografia.» «Luca!» protestai, intuendo immediatamente il pericolo. Troppo tardi. Il telefono passò di mano in mano. Rebecca osservò l'immagine con attenzione, poi sollevò gli occhi verso di me. «Bellissima! Che luce incredibile.» «Grazie», risposi, compiaciuto. «E che profilo interessante.» Isacco si sporse per guardare. «Accidenti! Ma è una fotografia artistica o una dichiarazione d'intenti?» «Entrambe», rispose Luca. «L'arte, quando è autentica, non conosce mezze misure.» Rebecca rise. «Comunque è davvero bella. La silhouette, il sole, il mare… sembra quasi una scultura.» «Visto?» dissi rivolgendomi ai miei evangelisti. «Finalmente qualcuno che comprende la mia dimensione artistica.» «Sì», ribatté Marco. «Soprattutto la terza dimensione.» A quel punto decisi di recuperare il telefono. «Basta. La fotografia è sotto sequestro. Verrà pubblicata soltanto dopo un'attenta valutazione critica.» «E una verifica dei limiti di Instagram», suggerì Isacco. «Ma no», osservò Rebecca. «È tutto in controluce. È molto più sensuale una cosa suggerita che una mostrata.» La guardai con gratitudine. «Rebecca, da questo momento sei ufficialmente la critica d'arte del gruppo.» «E io?» domandò Isacco. «Tu puoi occuparti delle cornici.» La conversazione proseguì tra racconti estivi, progetti per l'inverno e brindisi improvvisati. Il fuoco ci teneva vicini, ma era soprattutto la complicità a farlo. Rebecca, mentre raccontava di una sua prima esperienza naturista, confessò che all'inizio aveva temuto soprattutto gli sguardi. «Poi ho capito che il problema non era essere guardata. Era il significato che io attribuivo a quegli sguardi.» Marco annuì. «Quando smetti di pensare al tuo corpo come a qualcosa da nascondere, cambia anche il modo in cui percepisci quello degli altri.» «E scopri», aggiunsi, «che la nudità non elimina il desiderio. Semplicemente lo libera dall'obbligo di essere sempre il protagonista.» Isacco mi guardò sorridendo. «Questa è bella.» «Ogni tanto ne dico una seria anch'io.» «Peccato che la fotografia di prima sembri sostenere una tesi leggermente diversa», commentò Luca. «La fotografia dimostra soltanto che il corpo può essere sincero anche quando il proprietario è distratto.» Rebecca sollevò il bicchiere. «Allora brindiamo ai corpi sinceri.» «E alle distrazioni fortunate!» aggiunse Isacco. Ci fu un tintinnio di vetro, seguito da una risata collettiva. La notte era ormai scesa completamente. Il mare si era trasformato in una distesa scura, interrotta soltanto dal riflesso tremolante delle fiamme. Avevamo esaurito quasi tutte le provviste e il fuoco cominciava lentamente ad abbassarsi. Mi ritrovai seduto con le ginocchia raccolte, osservando le braci. Luca mi passò una mano sulla spalla per richiamare la mia attenzione. «Hai freddo?» «No. Sto benissimo.» «Strano. Per una volta non hai niente da dire.» «Sto ascoltando.» «Cosa?» «Il fuoco. Il mare. La pelle.» Luca sorrise. «La pelle non fa rumore.» «Non sempre. Ma sa farsi sentire.» Rimanemmo così ancora per qualche minuto, vicini, avvolti in quella piacevole intimità che non ha bisogno di trasformarsi in altro per essere intensa. Il calore sulle gambe, la sabbia fresca sotto i glutei, un braccio che sfiorava il mio, il battito del cuore che sembrava accordarsi al ritmo delle onde. Poi Marco, con la sua consueta inclinazione filosofica, pronunciò una frase che mi rimase impressa. «In fondo, il fuoco e la nudità hanno qualcosa in comune. Entrambi ci ricordano che siamo vivi. E che non tutto ciò che scalda deve necessariamente bruciare.» Ci fu un momento di silenzio. «Bellissima», dissi. «Profonda», aggiunse Rebecca. «Quasi commovente», confermò Isacco. Luca guardò Marco, poi me. «Sì, però io vorrei sapere una cosa.» «Sentiamo.» «Adesso che il sole è tramontato da un pezzo, il nostro amico ha finalmente abbassato la bandiera?» Una risata esplose intorno al falò, così fragorosa che persino i gabbiani, addormentati chissà dove, devono aver pensato che sulla spiaggia fosse ricominciata l'estate. «Caro Luca», risposi con la massima solennità, «certe bandiere non si ammainano. Si lasciano semplicemente accarezzare dal vento.» E mentre tutti ridevano, mi alzai per osservare un'ultima volta il mare. Dietro di me il fuoco illuminava cinque corpi nudi, cinque storie diverse, cinque modi di vivere la stessa libertà. Davanti a me, il buio custodiva un orizzonte ormai invisibile. Pensai alla fotografia. A quel profilo rubato, alla reazione spontanea del mio corpo, alle battute degli amici e alla bellezza di un pomeriggio che aveva saputo trasformare un semplice aperitivo in un piccolo rito di felicità. Forse Luca aveva ragione. Quella fotografia sarebbe stata perfetta per il mio profilo. Non perché mostrasse qualcosa di particolare, ma perché raccontava esattamente ciò che amo del naturismo: la libertà di essere se stessi, anche quando il corpo decide di aggiungere un punto esclamativo a una frase che credevamo già conclusa. Prima di andar via spegnemmo accuratamente il fuoco, raccogliemmo ogni cosa e lasciammo la spiaggia pulita, affidando alle onde soltanto le nostre impronte. Luca mi raggiunse mentre recuperavo la borsa. «Allora, la pubblichi?» «Ci sto pensando.» «E che didascalia metti?» Sorrisi. «Semplice: Ottobre. Il sole tramonta. Io no.» Marco, che aveva ascoltato tutto, scosse la testa. «Sei incorreggibile.» «No, Marco. Sono naturista.» E aggiunsi, strizzando l'occhio: «Dalla testa ai piedi. Con qualche interessante tappa intermedia.»