C'è chi ha bisogno di guardare il mondo attraverso le sbarre di un regolamento per sentirsi al sicuro, e chi preferisce allenare lo sguardo a riconoscere l'orizzonte. È una distinzione antica: c'è chi vede nell'altro un virus da cui proteggersi e chi vi riconosce un riflesso di se stesso. La difesa della "gendarmeria" nasce da un presupposto di sfiducia: l'idea che l'uomo, senza una minaccia, sia solo un "cafone" in attesa di esplodere. Ma la storia ci insegna che non è la paura della sanzione a creare comunità, bensì la condivisione di un valore. Se per non fotografare qualcuno o per rispettare il suo spazio serve un cartello con una multa, allora il problema non è la spiaggia, ma la povertà dello spirito che la abita. Invocare la "realtà" dei piedi per terra è spesso l'ultimo rifugio di chi ha smesso di nutrire l'ideale. Certo, la ghiaia scotta e il vento soffia, ma è proprio perché la realtà è complessa che abbiamo bisogno di una postura dell'anima alta. Altrimenti, il naturismo diventa solo un parcheggio di corpi nudi, privo di quel respiro che lo rende, appunto, una cultura. Ognuno narra ciò che ha dentro. C’è chi descrive circhi, cafoni e guardoni perché quello è il panorama che la sua mente proietta sul mondo. Noi preferiamo continuare a narrare l'armonia, non per ingenuità, ma per scelta etica. Perché alla fine, diventiamo esattamente ciò che scegliamo di guardare. La bellezza non ha bisogno di stampelle. Ha solo bisogno di occhi capaci di reggerne il peso.