Sono cresciuto in una famiglia dove il corpo nudo semplicemente non esisteva. Non era un argomento, non era un problema, non era proprio contemplato. Era un’assenza naturale, come il silenzio in casa dopo le dieci di sera. Ho imparato presto a gestirmi da solo. A sei anni la porta del bagno si chiudeva e ci si lavava senza aiuto. Era autonomia, certo, ma anche la prima lezione: il corpo è qualcosa che si "maneggia" in privato, a porte chiuse, senza testimoni. I miei genitori non li ho mai visti nemmeno in biancheria intima. Mio padre viveva in pigiama anche nelle estati più torride, con la canottiera come strato minimo inderogabile sotto la camicia. Mia madre usava la vestaglia come una seconda pelle domestica. Era la sua divisa per muoversi tra le stanze, una barriera di spugna che mediava ogni spostamento dal bagno alla camera da letto. Non c’era morbosità né repressione esplicita. C’era solo un’educazione fatta di gesti automatici, di porte sempre accostate, di cambi d’abito consumati in stanze separate. Al mare la cabina era obbligatoria, a casa degli altri si chiedeva il bagno per cambiarsi, e l’idea stessa di mostrarsi svestiti davanti a qualcuno, chiunque fosse, suonava inconcepibile. Il corpo, in quella casa, era funzionale e invisibile. Si copriva per abitudine, per decoro, per una forma di rispetto che nessuno aveva mai spiegato ma che tutti applicavano. La prima crepa arriva con il judo. Otto anni, judogi troppo grande, cintura bianca che si slaccia ogni due minuti. A fine del primo allenamento il sensei ci raduna: “La doccia non è obbligatoria, ma è opportuna. Farla nudi non è obbligatorio, ma è preferibile. Decidete voi”. Detto così, senza enfasi. Come se parlasse del nodo alla cintura. Il primo giorno è un disastro di asciugamani annodati in vita, schiene girate, docce prese a due metri di distanza con gli slip addosso. Eravamo tutti imbarazzati, rigidi, impegnati a non guardare. Poi, piano, entra quella curiosità fanciullesca che smonta tutto. Uno si lava per bene e torna a casa senza l’odore di sudore. Un altro prova, perché “se lo fa Carlo...”. In due settimane la situazione si ribalta. Lo strano, adesso, è chi resta in mutande sotto la doccia, con l’acqua che non lava niente e la stoffa che si appiccica. Nessuno ci ha fatto un discorso sul corpo. Il tabù si è sciolto nella pratica, nel vapore, nelle risate da bambini. Fuori dal dojo, però, il copione familiare restava intatto. A casa la porta si chiudeva. Al mare si andava in cabina. Due educazioni parallele. Queste due realtà parlano di nuovo all’università. Fuori sede a Pisa. Casa in affitto: sei ragazzi, tre camere, due bagni. La privacy è un concetto teorico, come l’ordine nel frigo. Il primo mese è un delirio di “bussa prima di entrare”, “chi è in doccia?”, asciugamani messi di traverso sulla porta. Poi il sistema collassa per motivi puramente logistici. Sei persone in due bagni la mattina prima di lezione non possono permettersi il lusso del pudore. Inizi a girare in boxer perché devi prendere i vestiti nell’altra stanza. Attraversi il corridoio nudo perché hai dimenticato l’accappatoio e qualcuno sta già bussando al bagno. Ti cambi in camera mentre il tuo coinquilino ripassa Diritto Privato e non alza nemmeno lo sguardo. Dopo sei mesi, il corpo degli altri è come il bollitore: un elettrodomestico che sta lì. Lo vedi, lo registri, e finisce lì. Nessuna malizia, nessun imbarazzo. Solo sei maschi che devono sopravvivere a esami, pasta scotta e bollette del gas. È lì che l’educazione tessile di casa muore definitivamente. Non per una scelta ideologica. Muore perché è scomoda. Perché in una casa da studenti la vestaglia di mia madre sarebbe durata mezza giornata, poi sarebbe diventata straccio per pulire il vino rovesciato. Il judo mi aveva insegnato che nudo si poteva stare. La casa da fuori sede mi ha insegnato che, a volte, vestito è solo una perdita di tempo. Lido di Dante arriverà dopo. Ma questa, davvero, è un’altra storia.