Esco dal bar. Il barista mi ha detto: “Prendi lo stradello nella pineta. Cinque minuti a piedi e sei arrivato”. Trovo lo stradello. È una pista di sabbia e aghi di pino che parte dal parcheggio e va verso il mare. Entro e inizio a camminare. Dopo un centinaio di metri incrocio un uomo che torna indietro. Avrà cinquant’anni. Ha un asciugamano in spalla. Ci salutiamo con un cenno della testa. Non dice niente. Io non dico niente. Continuo a camminare. In tre minuti lo stradello finisce sulla spiaggia. Mi fermo con il viso verso il mare. A destra vedo una lunga spiaggia libera, vuota. A sinistra, in lontananza, sembrano esserci degli stabilimenti. Forse ho confuso le indicazioni del barista. Aveva detto sud? Aveva detto sinistra? Decido e giro a destra, verso la spiaggia libera. Cammino sul bagnasciuga. Dopo poco incontro le prime persone. Un ragazzo col cane. Il cane corre nell’acqua, il ragazzo lo richiama. Non è da solo: poco più avanti c’è una donna, seduta sull’asciugamano, che lo aspetta. Più avanti ci sono due uomini di sessant’anni circa. Sono nudi. Stanno fermi nell’acqua bassa e parlano. Ancora più avanti un altro uomo. Quarant’anni, forse. Fa due piegamenti, si sgranchisce le spalle, entra in acqua. Anche lui è nudo. Non c’è nessun altro. Sono le sette e mezza di un sabato mattina di luglio. Cammino ancora un po’. Poi mi fermo. Metto giù lo zaino. Sono partito vestito da casa. È solo questione di decidere. Voglio davvero mettermi nudo su una spiaggia che presto si affollerà? Mi siedo. Aspetto che il ragazzo col cane si allontani. Mi alzo. Tolgo la maglietta. I pantaloni da moto, in spiaggia, sono davvero scomodi, quindi non ci penso due volte a toglierli. I boxer bianchi mi fanno sentire un po' ridicolo, così finiscono per terra anche loro. Ci metto meno di un minuto. Mi risiedo sulla sabbia. Non succede niente. L’uomo che faceva stretching esce dall’acqua e torna verso la pineta. I due uomini nell’acqua bassa parlano ancora. Dopo qualche minuto smetto di guardarmi intorno. Nessuno guarda me. Resto un’ora. Un bagno, due passi, il sole che sale. Poi mi ricordo del barista. Aveva consigliato un campeggio, uno in particolare. Torno allo stradello, recupero la moto, vado a cercare il campeggio. Lo trovo. Entro nell’ufficio. C’è una ragazza dietro al bancone. Chiedo se posso fermarmi per la notte. Lei alza lo sguardo dal registro con lo stesso interesse con cui butti una cartaccia nel cestino senza guardare se fai centro. “Posto per una tenda c’è. Piazzola 15. Paghi adesso”. Scontrosa, annoiata. Per fortuna era quello consigliato dal barista. Trovo la piazzola 15, monto la tenda. Non sono pratico ma in dieci minuti è su. Torno in spiaggia. Sono le dieci passate. La spiaggia si sta affollando. Molti nudi, qualcuno in costume. Vicino alle dune ci sono uomini seduti. In costume, occhiali da sole, immobili. Non parlano, non si muovono. Guardano. Un uomo fa avanti e indietro sul bagnasciuga a passo di marcia. Avrà cinquant’anni. Ha un costume azzurro acceso, improbabile. Sembra una divisa. Va e viene, va e viene. La mattina passa serena. Un bagno, una passeggiata, un po’ di musica col walkman. Le cuffie si riempiono di sabbia ma chissenefrega. Per pranzo torno al bar. Sono quasi le quattordici, non c’è molta gente. Il barista mi vede entrare e sorride. "Allora?” dice, appoggiandosi al bancone. “Trovato il mare?” Lo ringrazio. Parliamo un po’. Gli racconto dell’uomo col costume azzurro che fa la spola. Lui ride. Lo chiama in un modo strano, una parola secca. Non capisco. Deve essere dialetto romagnolo. Gli chiedo di quelli seduti in costume vicino alle dune. Fa una smorfia. “Quelli sono il problema. Non fanno rumore, ma rovinano la pace. Stanno lì a guardare. E in spiaggia, guardare così non piace a nessuno.” Mi chiede fin dove sono arrivato stamattina. Dico non molto. Lui annuisce. “Più cammini verso la foce del Bevano, più la zona cambia. Se resti sul bagnasciuga è tranquilla. Verso le dune…”. Ride. “Puoi scoprirlo da solo. Dipende da cosa cerchi. Come stamattina.” Mangio un panino, lo saluto, torno in spiaggia. Decido di camminare fino alla foce del Bevano. È una bella camminata. Un’ora buona, tutta sul bagnasciuga. Nudo. Con il mare a sinistra e le dune a destra. Ogni tanto qualcuno, ogni tanto nessuno. Più vado a sud, più la gente si dirada. Più la spiaggia cambia. Verso le dune si capisce che succede altro. Io resto sul bagnasciuga. Guardo, cammino, arrivo alla foce. L’acqua del fiume è fredda, si mescola col mare. Torno indietro con calma. Al tramonto sono al campeggio. Doccia, cerco un ristorante in paese. Mangio una grigliata che rende onore al nome "reale". Mi chiedo per quante persone sia. Più che sazio torno in tenda. La notte è silenzio e cicale. Mi sveglio presto, come sempre. Sono le cinque. Non ho portato libri, non ho portato codici. Vado in spiaggia. Il bar sicuramente è ancora chiuso. L’aria è fresca, la luce è quella che piace ai fotografi. Aspetto un’ora girando sul bagnasciuga. Alle sei e mezza torno al bar del giorno prima. È aperto. Dietro al bancone c’è lo stesso barista. Lo saluto, scherzo con lui. Lo ringrazio. “Ho trovato quello che cercavo”, gli dico. “Sono arrivato fino alla foce”. Rido. “Sono rimasto sul bagnasciuga”. Lui annuisce, versa un caffè. “Bravo. Il mare è grande. C’è posto per tutti. Basta sapere dove mettere i piedi.” La giornata passa tranquilla. A pranzo solo frutta presa al campeggio. Un po’ di sole, un po’ di mare, un po’ di camminate. Nessun manuale, nessun pensiero. Alla sera smonto la tenda, carico la moto, torno a casa. Arrivo col buio. Ho la sabbia ovunque, il sale sulla pelle, la testa vuota. Per due giorni non ho pensato a Diritto Privato. Non ho pensato agli esami di settembre. Non ho pensato a niente. Arrivo a casa col buio. Ho la sabbia ovunque, il sale sulla pelle, la testa vuota. Non ho pensato a niente. Ho solo camminato, nuotato, montato una tenda. Ho parlato con un barista che dava indicazioni come si danno le ricette. Ho capito che una spiaggia può essere tante spiagge diverse, basta spostarsi di cento metri. Il tovagliolo del barista ce l’ho ancora nei pantaloni da moto. Dietro c’è scritto “Spero tu possa trovare quello che cerchi”. (Chissà quando me lo ha scritto). L’ho trovato. Non era la trasgressione. Non era la rivelazione. Era un posto dove le cose hanno senso. Dove se vuoi ti levi il costume. Dove se vuoi camminare, cammini. Dove se uno ti guarda troppo, ti sposti più in là. Scarico lo zaino in corridoio. Domani si ricomincia con i codici. Ma adesso so che a qualche centinaio di kilometri da casa c’è uno stradello di cinque minuti. E alla fine dello stradello c’è un posto che funziona. La laurea poi è arrivata. Il lavoro anche. Alcune relazioni piu o meno lunghe, una casa, un figlio. E un giorno, anni dopo, quel figlio mi ha chiesto perché al mare alcuni stanno nudi. Il cerchio aperto dal sensei si è richiuso. E si è riaperto di nuovo. Ma quella è davvero un’altra storia.