Da figlio tessile a padre nudista (Cap. 4)
Scritto da: Skull |
Data: 18/08/2026
Ho cancellato nuovamente parte del blog. Questa volta solo un capitolo. Lo ripropongo, non ho trovato il file finale, qualche frase potrebbe essere diversa dalla versione che avevo pubblicato precedentemente. I concetti restando comunque gli stessi.
Il problema non è stare nudo. Il problema è dirlo.
Stare nudo sono cinque secondi. Ti togli il costume e hai finito. Dirlo sono settimane. Scegli la persona, scegli il momento, scegli le parole. E dopo che l’hai detto, aspetti. Aspetti la reazione, la domanda, il giudizio.
Con qualcuno è un secondo anche quello. Una battuta, una risata, argomento chiuso. Con altri è una vita. Ci sono persone a cui non l’ho mai detto. Non per paura. Per rispetto del loro mondo, che è diverso dal mio.
Questo capitolo parla di quelli a cui l’ho detto. E di com’è andata.
Con gli amici, dirlo è stato facile. Basta un aperitivo, il secondo gin tonic che inizia a fare effetto. Sei più loquace, scappa una battuta.
“Dove sparisci in quei weekend che non ti si trova?”
“In Romagna.”
“A trovare la tipa?”
“No. A stare nudo in spiaggia.”
Silenzio un secondo.
Poi le domande.
“Ma davvero?”
“E non ti vergogni?”
“E se incontri qualcuno?”
Rispondo, rido, spiego. Dopo dieci minuti è normale. Diventi quello che va in spiaggia senza costume. Come c’è quello che va a pesca, quello che fa trekking. Una categoria.
Tutto finisce tra le risate e un “il prossimo giro lo offri tu”.
Fine.
Con chi fai sport è inevitabile. Arriva l’estate, sei abbronzato senza righe. Ti chiedono, rispondi “sì”.
Fine.
Lo sport ti abitua. Il corpo è un corpo. Serve per muoversi.
Stop.
A casa mia, come già detto, era un’altra cosa. Sono cresciuto in una famiglia dove la nudità non esisteva. Se non da solo, dietro una porta chiusa. Il bagno era territorio da occupare uno alla volta. Non era pudore, era una regola non scritta.
Avevo detto che non avevo mai visto mio padre nudo.
Non era del tutto vero.
Era successo.
Ero già grande.
Un pomeriggio investirono i miei genitori sulle strisce pedonali.
Mia madre ebbe la peggio: diverse fratture, mesi in una struttura per la riabilitazione.
A mio padre andò meglio.
“Meglio” voleva dire entrambi i polsi rotti. Due gessi fino al gomito.
Con due braccia ingessate fino al gomito non poteva fare quasi nulla.
Per due mesi me ne occupai io.
Mi destreggiavo tra un lavoro ridotto all’essenziale, le sue esigenze e le mie.
Appena tornati a casa dopo l’incidente fu il momento peggiore.
Per lui.
Era un uomo di sessant’anni, farmacista da sempre. Gente precisa, mani curate, camice bianco.
Aveva bisogno di una doccia per levarsi di dosso la polvere, il sangue, la paura.
Mostrarsi nudo gli creava tensione.
Si vedeva.
Cercai di allentare la tensione.
“Papà, non sei il primo uomo che vedo nudo. Sai, lo sport, lo spogliatoio... è una cosa normale.”
Lui non aveva fatto le mie esperienze.
Da giovane niente sport. Solo studio e testa bassa sui libri.
Poi l’università, ma non da fuori sede. Nessun coinquilino con cui condividere gli spazi.
Aveva scelto l’obiezione di coscienza. Venne assegnato a un’associazione italiana che gli propose di andare all’estero, in Libano, in un orfanotrofio. E proprio lì, pochi mesi prima della fine del suo servizio, le nostre strade si sarebbero incrociate.
Mi disse che io ero abituato, lui no. Era lui a doversi mettere nudo e per di più davanti a suo figlio.
Lo aiutai a spogliarsi, lo aiutai a entrare nel piatto doccia.
Non parlavamo molto.
Non serviva.
Lui sotto l’acqua, io fuori con la spugna.
Non ci guardavamo in faccia.
Aspettai che quella normalità diventasse routine. Che non si sentisse più in imbarazzo.
Gli chiesi se si ricordava dell’estate in cui facevo avanti e indietro dalla Romagna.
Rispose:
“Sì. Ti eri innamorato di una romagnola.”
Gli dissi che non andavo da nessuna ragazza.
Mi guardò serio, senza dire nulla.
Capii subito cosa stava pensando.
Gli dissi che non ero gay.
Gli dissi che ero nudista.
Iniziai a parlargli di Lido di Dante. Della spiaggia ufficiale, segnalata.
Gli raccontai di tante indicazioni sbagliate, di un uomo in un parcheggio che mi diede quelle corrette, di un barista, di un tovagliolo di carta con l’augurio di trovare ciò che cercavo, di uno stradello che entrava nella pineta.
Gli dissi che mi piaceva.
Che non era una cosa sessuale.
Che era semplice.
Era naturale.
Per me.
Lui stava zitto.
L’acqua scorreva.
Io lo insaponavo.
Pelle chiara. Solo mani e viso un po’ segnati dal sole.
La doccia finì.
Lo asciugai.
Lo rivestii.
Era silenzioso.
Mentre gli infilavo la maglietta, gli chiesi piano:
“Ti ho deluso?”
Si fermò.
“Sei felice?” rispose.
“Sì.”
Allora provò ad abbracciarmi.
Come poteva, con quei due gessi in mezzo.
Gofo.
Mi appoggiò la testa sulla spalla.
Odore di talco e sapone neutro.
“Sono felice per te”, disse. “Anche se non condivido la scelta. Ma se tu sei felice, va bene così. Solo aspetta a dirlo a tua madre. Adesso ha già molto a cui pensare.”
Annuii.
Il momento giusto con mia madre non è ancora arrivato.
Lei è di un’altra generazione, di un altro mondo.
Non ha avuto figli naturali. Io sono arrivato attraverso una scelta.
Mi ha sempre raccontato che, da piccolo, c’era una cosa che la colpiva. Con altre persone, dopo pochi minuti in braccio, iniziavo a piangere. Con lei no. Con lei restavo tranquillo.
Forse era il mio modo, senza poter ancora parlare, di riconoscere la persona che sarebbe diventata mia madre.
Aveva scelto di amare un uomo che sapeva non avrebbe potuto renderla madre nel modo tradizionale.
Per lei il corpo era stato scelta, attesa e poi amore.
Non libertà.
Non leggerezza.
Forse quel momento non arriverà mai.
E va bene così.
Mio padre è morto tre anni fa.
Non ne abbiamo mai più parlato, dopo quella doccia.
Ma da quel giorno, quando tornavo dalla Romagna o da qualche altra meta, con la faccia cotta, mi guardava da sopra gli occhiali da lettura.
Non chiedeva niente.
Una volta mi mise una mano sulla spalla.
Stop.
Non era accettazione.
Era un farmacista che decide di non dare un consiglio.
Era un padre che decide che la felicità di un figlio vale più delle sue regole non scritte.
E per me, bastava.
Con gli amici finisce a risate.
Con i compagni di spogliatoio finisce con un’alzata di spalle.
Con mio padre è finita con un abbraccio storto e due gessi tra noi.
Con mia madre non è finita.
Ho imparato che il coming out non è un evento unico.
È una serie.
Decidi tu a chi raccontare la puntata.
E qualche volta, la puntata più importante è quella che scegli di non mandare in onda.
Perché vuoi bene.
E perché la pace di una persona vale più della tua voglia di dire tutto.
Fai sapere all'autore che hai apprezzato!
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