C’era una volta Ermete, il "nudista digitale" supremo. Sul suo profilo non c’era nulla: nessuna foto, nessun post, nessuna vita. Si professava puro, ma passava 14 ore al giorno a spiare e criticare i profili altrui. Dal buio della sua cameretta, con la faccia illuminata solo dallo smartphone, Ermete vomitava sentenze nei commenti: "Che posa ridicola", "Quanti filtri usi?", "Profilo banale, cancella l'account!". Sentendosi il giudice supremo del web, passava al setaccio foto, storie e hashtag, convinto che nessuno fosse "autentico" come lui. Un giorno criticò il profilo del Gran Maestro dei Social, un vecchio saggio della rete, che gli rispose pubblicamente: "Caro Ermete, ti spacci per puro perché il tuo profilo è vuoto. Ma la verità è che ti sei tolto la foto per rivestirti di frustrazione e invidia. Sei nudo online, ma indossi la maschera del rosicone." La community scoppiò a ridere. Ermete, con le dita paralizzate sulla tastiera e le briciole di patatine sulla pancia, ebbe un'illuminazione guardando lo schermo riflesso: aveva passato anni a giudicare i pixel degli altri, dimenticandosi di vivere la sua vita reale. Oggi Ermete è ancora lì, immobile, a collezionare ore di visualizzazione e fegato amaro dietro quel display. Chissà, forse un giorno l'INPS gli riconoscerà i contributi per la pensione per "attività usurante da commentatore seriale". Nel frattempo, la vita vera degli altri continua là fuori, mentre la sua scade insieme al prossimo giga.