Perché una sentenza esamina dei fatti (nel particolare una denuncia fatta ad un tizio che si era denudato in un parco pubblico, a Campello su Clitunno, in Umbria, mettendosi su un tavolino, luogo dove vanno turisti e scolaresche a visitare dei favolosi giardini, ed era una condanna al libero stare nudi, tranne che nei luoghi storici naturisti, dove stare nudi non crea disagio e riprovazione ) e ragiona su quelli, ma non crea giurisprudenza, non crea una legge che mette regole e paletti.
Quella del topless risale a 40 e rotti anni fa, ed era sula stessa stregua. Licenziare il topless non significa ammetterlo tout court, tanto vero che ogni tanto assistiamo a denunce e reprimende varie, perché il seno nudo, per quanto sdoganato, non è, ahimè, ammissibile ovunque.
Sta poi al parlamento emettere leggi apposite che definiscano, per tutti e per tutto, i confini dei “permessi”, secondo le linee guida della cassazione. Tanto è vero che di tre sentenze, una a favore e due contrarie, tutte più o meno dicono la stessa cosa: ci vogliono regole.
Cosa che ha ripetuto anche il ministro: portate una proposta di legge se volete chiudere la questione. La sentenza non potrà mai mettere dei confini, non potrà mai dire qui si là no, non è il suo scopo. Lei esamina i fatti relativi alla denuncia in corso. E ha detto: si, il nudismo non è illegale, ci sono posti dove si può fare, ma questo non lo era, e quindi il tizio va condannato.
Ma come gestire “questi posti” , come riconoscerli, dove possono essere, lo deve determinare una legge specifica.
La nazione non è bigotta, è antica, ma ancor più vuol nascondere le stesse cose che fa, di nascosto.
Nudo topless prostituzione, cose che fan tutti, o quasi, ma guai a farle di giorno o davanti a tutti. Il nudo in ambito naturista possono criticarlo ma non han mezzi per contrastarlo; quello che viene combattuto e che sta sempre sui giornali, è quello al di fuori delle aree autorizzate, e lo sarà sempre, finché non saranno scritte regole e non verranno affissi cartelli. Inutile girarci intorno.