Un giorno di fine primavera di circa tre anni fa, sarà stato sabato o domenica mattina, me ne vado in scooter in direzione dell’Oasi di Capocotta per trascorrere qualche ora di relax.
A un certo punto il traffico sulla Via Colombo, che collega il centro col mare, diviene via via più intenso: le automobili cominciano a segnare il passo mentre moto e scooter riescono ancora a procedere verso quella che sembra essere, dal vociare e dai fischietti, la testa di un corteo.
Le auto rimangono bloccate, riescono a proseguire solo le moto, che si trovano progressivamente affiancate da biciclette.
Mi ritrovo anch’io accerchiato da biciclette, inizialmente divertito – i ciclisti sono abbigliati e decorati in modo variopinto con dispendio di cappellini da clown e tratti di rossetto su guance e arti – poi progressivamente sempre più irritato via via che mi rendo conto di essere considerato un nemico. Ohibò, cosa avrò mai fatto di male, io che sono uscito per andarmi un po’ a distendere con le chiappe al sole, per rendermi esecrabile agli occhi di costoro?
Il variegato popolo di pagliacci, figli dei fiori, triciclisti non ha semplicemente deciso di ritrovarsi per andare in direzione del mare: no, essi intendono, con questo corteo da avanspettacolo, protestare contro qualcuno. Di più: intendono impedire – o almeno ritardare – che auto e moto proseguano nei loro intenti.
Per loro – capisco da qualche parola che riesco a scambiare mentre quasi tutti mi urlano contro – sono io che impedisco agli altri di respirare, di vivere una vita non inquinata, di camminare in sicurezza per la città. Faccio notare che io non intendo intralciare le loro lodevoli iniziative; mentre mi trovo piuttosto impedito nel proseguire la mia attività, visto che pare essa sia considerata la causa di tutti i mali del mondo.
Probabilmente i cappellini colorati non riescono a impedire l’insolazione dei crani, dunque assisto incredulo alle escandescenze di una esagitata che cerca la rissa con un motociclista tagliandogli la strada a rischio di incidente.
Non sono contento – mi interroga uno dei manifestanti – di aver interrotto il logorio della vita moderna (tanto valeva prendere un cynar!) – e di aver scambiato quattro chiacchiere con lui?
Ma se intendeva scambiar quattro chiacchiere con me, non poteva – gli replico – chiedermelo?
Capisco che il coinvolgimento della libertà degli individui è merce rara tra costoro; che ogni opinione deve essere portata avanti necessariamente nella contrapposizione con l’essere altrui; e che anche l’uso della ragione è pratica tristemente da trascurata.